
di Mario De Michele
Quando le istituzioni dello Stato cadono in marchiane contraddizioni si crea un corto circuito pericoloso, devastante. Si genera nell’opinione pubblica confusione, peggio ancora sfiducia. E si alimenta un clima di incertezza e sbigottimento in cui diventa un’impresa impossibile distinguere tra “buoni” e “cattivi”. Un brodo di coltura in cui sono tutti uguali, “tutti rubano alla stessa maniera”, direbbe De Gregori. Per il Principe del cantautorato italiano è solo un modo subdolo del potere illegale “per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera”, una narrazione che spinge il popolo a rimanere gregge, uno strumento che trasforma la democrazia in demagogia e attualizza il motto gattopardesco: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”. La notte hegeliana in cui “tutte le vacche sono nere” è l’arma più efficace per la perpetuazione dello status quo. È il nietzschiano eterno ritorno di un presente immutevole rispetto a un passato buio. È la capacità dei poteri forti di imporre le proprie regole, sempre le stesse, quelle del dominio e della sopraffazione, con il posizionamento al di sopra delle leggi. Se le istituzioni dello Stato favoreggiano il rafforzamento e l’immanenza del “Sistema” saltano tutti gli argini per contenere e contrastare il potere criminale. E dunque si indebolisce e viene meno qualsiasi sforzo o speranza di un vero cambiamento.
SE TUTTI RUBANO, NESSUNO È UN LADRO
Orta di Atella cammina su questo pernicioso crinale. Le ultime vicende politico-amministrative rischiano di assestare il colpo di grazia a una città martoriata da quasi un trentennio da una pseudo-classe dirigente che ha condotto la politica e l’amministrazione comunale in un baratro da quale sembra infattibile la risalita. Spalleggiare chi ha condotto nel dirupo la collettività è il modo più deleterio per rafforzare coloro i quali hanno spinto in basso, nel nulla, la città. Si presta il destro a chi vuol far passare il messaggio che “tutti rubano alla stessa maniera”, che “tutte le vacche sono nere”, ovvero che tutti sono ladri di futuro, per cui non serve cambiare, perché tanto non cambierà mai niente. Un messaggio più disastroso dei disastri compiuti durante il sacco edilizio di Orta di Atella, quando fiumi di tangenti hanno foraggiato amministratori locali, politici, colletti bianchi e imprenditori improvvisati, animati dall’unico scopo di fare soldi a palate ai danni del territorio.

LA CUPOLA CAMORRISTICA E GLI AFFARI SPORCHI
In seguito alla lodevole maxi inchiesta della magistratura, nel 2009 fu scoperchiato il vaso di Pandora. All’interno furono rinvenute illegalità di ogni tipo, dalle licenze edilizie illegittime al ruolo di primo attore della camorra. Un “Sistema” di criminalità organizzata al cui vertice politico-delinquenziale c’era Angelo Brancaccio, il “sindaco-padrone della città” condannato a 8 anni di carcere per associazione mafiosa. In tanti tirarono un sospiro di sollievo. Tornò di moda la massima “Lo Stato c’è”, accantonata per anni nel ripostiglio dei ricordi lontani. Certo, non fu possibile colpire l’intera cupola camorristica-affaristica, ramificata ovunque. Ma furono incastrati i vertici. Fu buttato giù dalla torre Brancaccio e processati con lui i capiclan. Come direbbe Tacito, ad Orta di Atella si tornò a respirare. Fu spazzata via la cappa mafiosa. Se sul piano giudiziario ci fu una svolta, il percorso di cambiamento politico-amministrativo è stato più tortuoso. Non era per nulla agevole scardinare dalle fondamenta un “Sistema” malavitoso così tentacolare. Nel ventennio brancacciano ha proliferato l’illegalità di ogni tipo, dai piccoli favori clientelari agli affari milionari. Basta limitarsi all’inchiesta sulla ditta di rifiuti “Gmc” per comprendere la gigantesca portata tangentizia di quella gestione. Brancaccio incassò una mazzetta da 330mila euro, depositata in una banca svizzera e trattò con le autorità elvetiche per “ripulirla” e intascarne la gran parte. Bruscolini rispetto alla mole affaristica degli anni del cemento. Non a caso l’allora sindaco di Orta di Atella lasciò il suo mestiere nel campo delle assicurazioni d’auto per vivere di politica e di imprenditoria. Da anni risulta essere un nullatenente. Non è proprietario neppure di un’utilitaria. Se fosse ancora in vigore il reddito di cittadinanza sarebbe l’ortese che ne avrebbe diritto più di tutti.

L’ENORME PATRIMONIO DI MOGLIE E FIGLIE
Molto meglio la situazione reddituale e patrimoniale della consorte e delle due figlie, tutte e tre disoccupate. La moglie di Brancaccio è proprietaria del 75,8% delle quote, pari a 150mila euro, della società Acqua Dream Srl, che possiede e gestisce l’omonimo impianto di piscine Acquadream di Succivo, luogo dove quel poverino dell’ex sindaco, condannato per camorra e uscito dal carcere 4 anni fa, è solito, secondo le sue denunce, subire estorsioni. In pratica, il capo della cupola mafiosa ortese subirebbe minacce e estorsioni a “casa sua”, cioè presso le piscine, di cui è il direttore generale, presidiate da almeno dieci suoi uomini con tatuaggi su tutto il corpo e dediti, tra le altre cose, al pestaggio di adolescenti ladri di portafogli dei bagnanti. In quel caso non scattano le denunce ai carabinieri, si passa direttamente alle mani. Quando ci vuole, ci vuole. Ci vorrebbe saltuariamente anche qualche veloce controllo fiscale per accertare se tutti i biglietti d’ingresso e la merce venduta al bar siano regolarmente scontrinati. E ci vorrebbe anche un riscontro facile facile sul periodo in cui la signora Brancaccio e le due sue figlie sono divenute ricche proprietarie di immobili e di società e sulla provenienza dei soldi per l’acquisto di appartamenti e di quote aziendali.
La consorte casalinga di Brancaccio è inoltre proprietaria di un appartamento a Sant’Arpino ed usufruttaria del palazzo di via Petrarca a Orta di Atella, dove vive con il marito e le due figlie. Queste ultime, entrambe disoccupate, posseggono 11 immobili sparsi tra la città atellana e Sant’Arpino. Oltre al 75,8% della Acqua Dream Srl, la signora Brancaccio detiene quote in altre 3 società, mentre le due figlie fanno parte di 4 società. Per essere la moglie e le figlie di un nullatenente niente male. Verrebbe da consigliare ai giovani di non studiare e di non lavorare. È molto più redditizio per i familiari essere nullatenenti. Il legale rappresentante della Acqua Dream Srl, il cui impianto acquatico ha un valore di circa 2 milioni di euro, è Salvatore Del Prete, detto “Monsignore”, sindaco di Orta di Atella sciolto per camorra nel 2008.

IL PERICOLOSO BLACKOUT ISTITUZIONALE
Rieccoci ai giorni nostri e al corto circuito istituzionale. L’ultima fascia tricolore defenestrata per infiltrazioni mafiose è stato Andrea Villano. Siamo nel novembre 2019. Motivazione principale contenuta nel decreto di scioglimento: “Il consiglio comunale è in continuità con le precedenti amministrazioni guidate dai sindaci Giuseppe Mozzillo e Angelo Brancaccio”. Mozzillo è stato assessore all’Urbanistica e vicesindaco di Brancaccio per molti anni. Brancaccio, quello citato nella relazione di scioglimento, è lo stesso, non si tratta di omonimia, che oggi è il dominus dell’attuale amministrazione di Orta di Atella, guidata, si fa per dire, da Antonino Santillo, cugino di Gianfranco Piccirillo, regista politico della maggioranza, lo stesso, nemmeno stavolta si tratta di omonimia, che è stato per anni un fedelissimo di Brancaccio, al punto che i suoi parenti strettissimi, il padre e la moglie, hanno fatto affari edilizi con la consorte di Brancaccio. Vedasi l’affare Gianvin, complesso immobiliare da quasi un milione di euro realizzato a Succivo. Se Villano è stato sciolto per camorra per continuità con l’amministrazione Brancaccio e se oggi Brancaccio è il dominus dell’amministrazione Santillo per la proprietà transitiva anche l’amministrazione in carica dovrebbe essere sciolta per infiltrazioni mafiose. Non serve scomodare i filosofi greci o matematici di fama internazionale per concludere che se A è legato a B e B a C, allora A è legato a C.
MAI IL PENTIMENTO, SOLO FUMO NEGLI OCCHI
Sul piano giuridico si potrebbe eccepire che il Brancaccio della cementificazione della città e delle tangenti è cambiato. Che il Brancaccio di oggi si è votato alla legalità. Giustissimo. Ma i pentimenti vanno dimostrati con atti e fatti. Il “padrone di Orta di Atella”, com’è stato definito dai giudici, non ha mai fatto i nomi dei suoi sodali camorristi. Né ha mai restituito neppure una minima parte del maltorto. Se poi per qualche investigatore è sufficiente che Brancaccio si sia fatto passare per vittima di presunte estorsioni per emendarsi da ogni suo peccato allora alziamo le mani. Ma siamo costretti a costatare, nostro malgrado, che il rischio sollevato all’inizio del nostro ragionamento più che un pericolo sia divenuto una tragica realtà. Quando le istituzioni dello Stato cadono in pacchiane contraddizioni (“ho il numero del cellullare del comandante!”) si alimenta un clima sconcerto generale in cui diventa un’impresa impossibile distinguere tra “buoni” e “cattivi”. Quando alcune istituzioni dello Stato favoreggiano il rafforzamento del “Sistema” saltano tutti gli argini per contrastare il potere criminale, con la funesta conseguenza del rafforzamento di quel “Sistema”.

QUELLE VALIGIE ANCORA PIENE DI TANGENTI
Per giunta, se qualcuno crede ancora in buona fede nella conversione di Brancaccio sulla via di Damasco, basta una sua recente affermazione confidenziale per capire che il lupo perde il pelo ma non il vizio. “Mi sono consigliato anche con i carabinieri e mi hanno detto che fare politica non è un reato, altro sì. Ma se durante questa amministrazione qualcuno mi fa una valigia di 500mila euro me la prendo e mi faccio un altro anno di carcere. Lo faccio per la mia nipotina”.
Cambiare tutto per non cambiare nulla. Con l’aggravante dell’inazione delle autorità competenti e con la nuova diffusa convinzione che ad Orta di Atella lo Stato non c’è. E forse non ci sarà mai.












