Da alcune settimane è in corso la gara indetta dal ministero della Giustizia per la progettazione esecutiva di un carcere a Nola, in Campania. Un provvedimento che vede la “forte contrarietà” di Antigone e della Fondazione Michelucci per “la dimensione, il totale isolamento dalla città, la scelta della zona che presenta problemi di carattere idrogeologico e di inquinamento, nonché la vaghezza relativamente alle attività lavorative che saranno svolte e ai rapporti con il territorio su questo fronte”. Elementi che portano le due organizzazioni a sostenere come questo bando sia “in aperto contrasto con le indicazioni provenienti dal rapporto conclusivo degli Stati Generali dell’esecuzione penale” organizzati lo scorso anno su input del ministro della Giustizia, Andrea Orlando per fare il punto sulla situazione carceraria nel paese e individuare linee di intervento. “La dimensione esorbitante prescelta – afferma Alessio Scandurra, responsabile dell’Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione – per una capienza regolamentare di 1.200 detenuti, che potranno realisticamente diventare 2.400 presenti essendo le celle progettate come singole, farebbe dell’ Istituto nolano uno dei più capienti carceri in Italia e rischia di trasformare la Città Metropolitana di Napoli in un vero e proprio distretto del penitenziario, ad una prison valley all’italiana, in cui non sarà mai possibile attuare il delicato compito di reinserimento sociale che la Costituzione repubblicana attribuisce alla pena”. A queste osservazioni si aggiungono quelle di Corrado Marcetti, architetto della Fondazione Michelucci, secondo il quale “la localizzazione prescelta è in territorio extraurbano, periferico e mal collegato, in una zona agricola un tempo cuore della Campania Felix, poi avvelenata (e mai bonificata) dai fusti di liquami interrati dalla camorra”.
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