In Italia, negli ultimi 30 anni, l’obesità è triplicata; ed è allarme nel Mezzogiorno. In Campania, quasi 1 bambino su 2 è obeso (70mila in totale, di cui 20mila gravi) e circa 180 mila sono in sovrappeso. L’ultimo rapporto Istat parla di un’Italia che, anche grazie a un modello alimentare sano ed equilibrato, vanta gli abitanti più longevi e magri d’Europa, eppure l’allontanamento progressivo delle fasce più giovani dalla Dieta Mediterranea rappresenta un fenomeno che sta facendo registrare segnali allarmanti lungo tutto lo Stivale. In Italia, infatti, sono quasi 2 adolescenti su 10 ad avere un peso in eccesso, il 10% sono obesi e, insieme con Grecia e Spagna, siamo la nazione con il più alto tasso di bambini in sovrappeso e obesi d’Europa. Sono alcuni dei dati contenuti nella seconda edizione di “Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”. Un libro nato da un’idea del Barilla Center for Food & Nutrition (Fondazione BCFN) per raccogliere e raccontare riflessioni, sfide e proposte concrete per raggiungere un sistema sostenibile per la salute dell’uomo e del pianeta. Il problema dell’obesità infantile appare ancora più grave se considerato a livello globale, dove sono 170 milioni i bambini in età scolare sovrappeso o obesi. In Europa questa patologia si sta diffondendo “a macchia d’olio”, con un dato che oscilla tra gli 11,8 e i 16,6 milioni di bambini con eccesso di peso, di cui tra i 2,9 e i 4,4 milioni sono obesi. Tornando al tema della salute e dell’alimentazione, un altro dato che deve far riflettere è quello che vede avvicinarsi i livelli di obesità degli Stati Uniti a quelli di Italia ed Europa, dove la percentuale di persone che soffrono di obesità appare ormai simile (in proporzione alla densità di popolazione). Un quadro che si mostra ancora più delicato se si pensa che i giovani e gli adulti che fanno sport sono sempre meno, solo 3 su 10. Se parliamo di bambini, solo 1 su 6 pratica sport per non più di un’ora a settimana. Se uniamo questi due elementi (vita sedentaria e abitudini alimentari mutate, con una predilezione per un regime dietetico ricco di proteine animali e grassi) e li proiettiamo in un quadro futuro, sembrano inevitabili possibili ricadute anche sul tasso di incidenza di malattie come diabete (con un nuovo caso ogni 5 secondi), patologie cardiache (che rimangono la prima causa di morte al mondo con 20 milioni di decessi nel 2015) e patologie croniche (che determinano il 60% dei decessi a livello globale). Eppure, problemi come l’obesità e il sovrappeso non sembrano accendere campanelli d’allarme nei genitori: 4 mamme di bambini in sovrappeso su 10 non ritengono infatti che il proprio figlio abbia un peso eccessivo rispetto all’altezza. “L’aumento simultaneo dei casi di obesità a tutte le latitudini è stato innescato dai profondi cambiamenti nel sistema globale di produzione e distribuzione degli alimenti, che hanno consentito di rendere disponibile per la gran parte della popolazione mondiale cibo a basso costo e in quantità molto maggiore che in qualsiasi epoca precedente”, dichiara Gabriele Riccardi membro dell’Advisory Board BCFN e Professore di Endocrinologia e Malattie del metabolismo presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli. “Viviamo in un ambiente obesogeno dove l’obesità è una risposta normale all’iper stimolazione a cui siamo sottoposti. Per contrastare questo fenomeno occorre promuovere una stretta alleanza tra istituzioni, consumatori e produttori. Occorre fare presto perché i bambini obesi di oggi hanno il 70% di probabilità di diventare gli adulti obesi di domani e dovranno affrontare problemi di salute come ipertensione, diabete e altre patologie con un impatto non solo sulla longevità, ma anche sulla qualità della vita”. Nonostante un quadro complesso, la popolazione italiana si conferma come la più longeva del Vecchio Continente, seconda soltanto a livello mondiale al Giappone . Eppure questo non significa che gli anni in più siano trascorsi in buona salute. Stando agli ultimi studi, una persona in sovrappeso e obesa vive mediamente 15 anni in meno rispetto ad una persona normopeso e corre un rischio più alto di ammalarsi di diabete (+8,5%) o di tumore (+28%) o di avere un infarto (dal 60 all’80% in più dei casi). A questi ritmi, tra 200 anni, la popolazione italiana potrebbe soffrire tutta di sovrappeso e obesità e, tra poco meno di 20 anni, nel 2035, gli attuali 387 milioni malati di diabete saranno oltre 590 milioni di persone. A queste tragiche conseguenze sulla salute si somma un costo elevato da sostenere per tutta la società, perché sovrappeso e obesità costano indirettamente – tra malattie, giornate di lavoro perse, mobilità e prepensionamento – circa 24 miliardi di euro l’anno e 3 miliardi di euro l’anno per costi diretti come cure e farmaci. VIVERE A LUNGO E IN SALUTE: QUANTO INCIDONO CORRETTA ALIMENTAZIONE E STILE DI VITA Stili di vita sbagliati e modelli alimentari non corretti, insomma, hanno ripercussioni anche sulla qualità dell’invecchiamento. E se è vero che negli ultimi 100 anni l’aspettativa di vita è pressoché raddoppiata, non è da meno l’Italia dove la percentuale delle persone con più di 65 anni è cresciuta del 4% dal 1900 al 2015. A questi ritmi, nel 2050 gli over 65 rappresenteranno il 34% dell’intera popolazione, ovvero 1 persona su 3. Ma come sta invecchiando la nostra popolazione e quella mondiale? Nel mondo l’80% delle persone anziane è affetta da almeno una malattia cronica, il 50% è soggetto a due o più patologie come quelle cardiovascolari, diabete, ipertensione e patologie polmonari. Numeri destinati a crescere se si considera “l’epidemia” di obesità tra bambini e giovani. Eppure, seguendo modelli alimentari come la dieta mediterranea, ipocalorica e al contempo ricca di nutrienti, si potrebbero rallentare i processi di invecchiamento. Nel libro Eating Planet si affrontano le correlazioni tra corretta alimentazione e due delle più diffuse malattie dell’età anziana: osteoporosi e Alzheimer. Nel nostro Paese, l’osteoporosi è una delle malattie croniche associate all’invecchiamento più diffuse (dopo ipertensione e artrite) specialmente tra le donne (3,9 milioni contro 840mila uomini). Siamo il secondo Paese in Europa per costi sanitari sostenuti, con una spesa di 6,7 miliardi di euro (preceduta dalla Germania, che sostiene una spesa di 9,4 miliardi di euro e seguita dal Regno Unito con 5,8 miliardi di euro). La prevenzione di questa malattia può iniziare a tavola evitando le perdite di calcio dovute, principalmente, ad un eccessivo consumo di proteine animali, sale, alcolici, fumo e sovrappeso. Dall’altra parte è nota anche la relazione tra carenza di nutrienti e demenze: un’adeguata assunzione di vitamina C, E, carotenoidi e zinco riduce lo stress ossidativo e ritarda l’insorgenza e la progressione dell’Alzheimer. Ma un ruolo chiave viene giocato anche dal magnesio assimilato dai cibi e dalla restrizione calorica. In Paesi con un’assunzione calorica media inferiore rispetto agli altri, come nel caso della Cina e del Giappone, l’incidenza dell’Alzheimer è più bassa che non negli Stati Uniti o nell’Europa Occidentale, in cui la dieta ha un contenuto calorico più elevato.