Via, ma non tutti subito. Nella notte di mercoledì le bombe sono cadute su Camp Singara, nel buio di Erbil. Dopo quell’attacco il governo aveva deciso: i soldati italiani devono lasciare l’Iraq. Alla svelta. Troppi rischi, troppa tensione nell’aria di una guerra che si allarga. A sera però arriva la frenata. Non sarà una smobilitazione, parola che non piace agli americani. Un presidio dovrebbe restare a Erbil almeno per le prossime ore, anche per evitare strappi con gli alleati. Il piano è stato discusso e rimodulato nelle stanze della Difesa e della Farnesina, sotto la regia di Palazzo Chigi.

I primi 25 militari partiranno partiranno via terra a ore. Gli altri 116 per il momento restano. Per l’evacuazione, un camion risalirà le strade polverose del Kurdistan iracheno. Prima la scorta dei peshmerga, poi quella dell’esercito turco. L’obiettivo è attraversare il confine senza incidenti, arrivare in Anatolia e da lì tornare a casa. Li rimpatrieranno con aerei militari da uno scalo vicino al confine oppure con voli commerciali che decollano da Istanbul. Anche il personale diplomatico sarà ridotto ancora: ambasciata a Baghdad e consolato di Erbil verranno praticamente dimezzati. Misure «temporanee», a sentire l’esecutivo. Non una smobilitazione, appunto, dicono. L’Italia rimarrà, con un contingente ristretto, in Kuwait. E a ranghi ridotti continuerà a partecipare alla missione di addestramento dei curdi, “Prima Parthica”, in Iraq.

Giorgia Meloni ha sentito ieri, a più riprese, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il titolare degli Esteri, Antonio Tajani, esprimendo «solidarietà» e «orgoglio» per i nostri militari. Alla Farnesina sono stati convocati gli ambasciatori dell’area, con il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Fabrizio Saggio, e il generale Giovanni Maria Iannucci, il capo del comando operativo di vertice interforze. Anche l’evacuazione da Erbil sarà al centro del Consiglio supremo di difesa, convocato questa mattina al Quirinale dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Colle e governo condividono i timori di un conflitto dagli sviluppi imprevedibili. Sul tavolo ci sono le ricadute sulla sicurezza interna ed energetica, gli aiuti ai Paesi del Golfo (altri sistemi radar partiranno entro una settimana), ma anche la situazione dei militari nella regione.

A Erbil il contingente italiano contava 300 uomini. In 75 sono stati spostati in Giordania, prima dell’attacco. Altri 102 sono stati rimpatriati con velivoli militari. Dal Kuwait nei giorni scorsi sono partiti due aerei: un KC767, schierato sull’aeroporto kuwaitiano di Abdullah Al Mubarak, per circa cento persone. L’altro è un C27, con trenta posti. Resta una questione, al centro dei vertici del governo. I nostri mezzi schierati in Iraq. A Erbil sono dislocati droni e quattro elicotteri NH90. Si trovano in una struttura separata da quella bersagliata dai droni l’altra notte, chiamata Camp Paterna. Crosetto ieri ha parlato di un attacco deliberato, perché «quella è una base della Nato, anche americana». Il personale italiano a Erbil, secondo la Difesa, era stato preavvisato di un possibile attacco, dopo alcuni tentativi nei giorni precedenti. Secondo i report della nostra intelligence, il bersaglio non era comunque il nostro contingente, ma le truppe americane e britanniche attigue. In ogni caso, l’esecutivo vuole ridurre i rischi.

Per raccordarsi sul corridoio che permetterà ai nostri militari di attraversare il confine turco, Tajani ieri ha telefonato al ministro degli Esteri di Baghdad e al presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Oltre alla condanna degli attacchi, si è discusso di come «facilitare il rientro». Tajani in serata ha confermato che l’intenzione del governo è portare via i militari «al più presto». Perché, per il vicepremier, è «inutile lasciarli sotto il rischio di bombe che continuano ad arrivare». Ma appunto non partiranno tutti subito. Mentre si valuta il rafforzamento delle due navi impiegate nelle missioni Aspides e Atalanta, è stato predisposto un piano di evacuazione anche per la missione Unifil in Libano. Ma pure quello, per ora, è nel cassetto, anche se per il sottosegretario Alfredo Mantovano «la preoccupazione è elevata».

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