
di Mario De Michele
Purtroppo si è dovuto ricredere chi pensava che fosse impossibile fare peggio di quanto accaduto domenica scorsa nell’intervallo della gara Barletta-Afragolese, valevole per il girone H di serie D di calcio, con Agustin Torassa, capitano della squadra campana, colpito alle spalle a calci e pugni e ricoverato in ospedale per trauma cranico minore post-aggressione fisica, come da referto medico del nosocomio pugliese Dimiccoli. Al cospetto di un episodio inqualificabile e di una gravità inaudita ci si sarebbe aspettato, anzi sarebbe stato doveroso, non accampare scuse scricchiolanti o imbastire giustificazioni imbarazzanti.
Tutti avevano l’obbligo morale (imperativo categorico kantiano) di condannare un gesto incivile che con lo sport non ha nulla a che vedere. Non sono in palio i tre punti di una partita ovviamente falsata, vinta dal Barletta grazie alle due reti segnate nella ripresa. Non c’è in gioco la qualificazione ai playoff. In ballo c’è molto di più. In discussione c’è la distanza siderale che il calcio deve frapporre alla violenza. C’è la necessità inderogabile di anteporre a correttezza ai risultati sportivi. Altrimenti non ha più senso neppure scendere in campo. Tutto diventa inutile e insignificante. Se viene meno la lealtà non c’è più partita. Non resta che far calare il sipario.

Quando un calciatore, in questo caso il 37enne argentino Torassa, è costretto al ricovero ospedaliero non per un infortunio di gioco, rischio che fa parte del mestiere, ma per una vile aggressione fisica non c’è più nulla da dire, se non stigmatizzare senza imboccare scorciatoia l’autore di un comportamento indegno. Non spetta a noi stabilire se il responsabile sia o meno l’attaccante del Barletta Giancarlo Malcore, che è stato espulso e la cui posizione è al vaglio del giudice sportivo. Saranno gli organi competenti a fare chiarezza su una vicenda vergognosa. Ma quando per una partita di calcio un giocatore finisce in ospedale e si rendono necessarie le indagini della Digos, in questo frangente della Questura di Andria, a uscirne distrutto è il mondo dello sport, che da portatore sano dei valori della correttezza, soprattutto tra i giovani, si trasforma in un deleterio veicolo di brutalità e rozzezza.

In questo solco sono pienamente condivisibili alcuni passi della nota diramata dall’Afragolese. “La nostra società – si legge – ribadisce con forza che simili comportamenti non appartengono ai valori dello sport, del calcio e della leale competizione che quotidianamente cerchiamo di trasmettere dentro e fuori dal campo. Ogni forma di aggressione fisica o verbale rappresenta una sconfitta per tutto il movimento calcistico, a maggior ragione quando a esserne protagonisti sono tesserati che, per ruolo ed esperienza, dovrebbero essere esempio per i più giovani”.
Dall’avvento del patron Raffaele Mosca la società campana è stata costantemente impegnata nel promuovere rispetto, correttezza e responsabilità. Il giovane presidente dell’Afragolese vuole lasciare il segno in primo luogo sul piano socio-educativo. I risultati calcistici vanno e vengono. Si vince e si perde. Quello che resta sempre e comunque è l’impronta culturale in campo e fuori dal campo. Il campionato più importante è quello della lealtà e dei valori sani da diffondere in particolare tra le nuove generazioni.

Ed è per questo che è condivisibile in toto la replica del patron Mosca ai goffi tentativi di rimescolare le carte per creare confusione, ai biasimevoli comportamenti di chi vorrebbe gettare acqua sul fuoco per contenere un incendio devastante per l’immagina del calcio. “Alla luce di quanto accaduto, – ha scritto Mosca sul suo profilo Fb – sto seriamente valutando se presentare o meno formale ricorso alle autorità competenti, riservandomi ogni opportuna azione a tutela della società e dei propri tesserati, in quanto è sconfortante cercare di minimizzare gli accaduti”.
Come dargli torto? Peggio dell’aggressione a Torassa, al quale auguriamo il meglio, c’è l’atteggiamento di chi vorrebbe lasciare la polvere dell’inciviltà sotto al tappeto, senza comprendere che tre punti o la qualificazione ai playoff oppure la vittoria del campionato contano meno di zero se a retrocedere sono i valori della lealtà sportiva. Questa è la vera partita da vincere. Dentro e fuori dal rettangolo da gioco. Tutto il resto è noia. E insensatezza.












