La postura è istituzionale, l’indole moderata. Dei “silenzi operosi” ha fatto il proprio modo di intervenire nei momenti più accesi della politica che il suo secondo settennato gli ha portato in dote. Sergio Mattarella sempre più spesso sta rompendo gli schemi cui lui stesso ha voluto improntare il suo mandato. Lo ha fatto – a fine febbraio – con il deciso richiamo al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (“mai i manganelli sui ragazzi”) dopo le cariche della polizia contro i manifestanti di Pisa. Ha replicato agli inizi di marzo per puntualizzare che la firma sulle leggi che promulga non necessariamente porta con sè la loro condivisione. Poi, di nuovo, intervenendo sulla vicenda di Pioltello elogiando il “lavoro prezioso” dei docenti, al centro di una bufera mediatica (e politica) per la scelta di chiudere la scuola per la fine del Ramadan. Poco più di un mese, dunque, in cui il capo dello Stato, motu proprio, ha scelto di richiamare tutti ad “un sovrappiù di responsabilità” come ebbe modo di dire al corpo della Polizia penitenziaria – elogiata per il difficile compito – ma chiamata anche in causa per l’eccessivo numero di suicidi in carcere. Evidentemente stanco delle strattonate che investivano sempre più spesso il Quirinale, sia da destra (governo compreso) che da sinistra, Mattarella il 5 marzo si vede costretto ad una puntuta ripetizione di diritto costituzionale, la cui rozza sintesi è: basta tirarmi per la giacchetta, c’è la Carta a spiegare tutto. ‘Fortunatamente sono un presidente e non sono un sovrano’ che, come ai tempi dello Statuto Albertino, firmava le leggi solo se gli piacevano. ‘In Italia c’è oggi la Repubblica, una chiarissima divisione dei poteri e non funziona più così. Il capo dello Stato ha il dovere di promulgare le leggi anche se non gli piacciono o non le condivide’. Un Mattarella che dedica dunque il cuore del messaggio a ridefinire il proprio ruolo che sembra stiracchiato a piacimento dei partiti e spesso usato strumentalmente. Le immagini dei ragazzi colpiti dagli agenti a Pisa il 24 febbraio scossero, e non poco, Mattarella che, con una mossa irrituale, chiamò il ministro dell’Interno per fargli presente, “trovandone condivisione”, che “l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni”. “Con i ragazzi – la frase più dura – i manganelli esprimono un fallimento”. In un momento in cui la politica inseguiva i numeri record dei suicidi tra i detenuti in carcere (uno ogni 60 ore) trasformandoli in un nuovo terreno di scontro, Mattarella ha affrontato di petto la questione in occasione di un incontro al Quirinale con la Polizia penitenziaria – che ringrazia per gli sforzi e i “sacrifici” – ma che chiama anche ad un “sovrappiù di responsabilità” vista la portata del fenomeno. “Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla, desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo”. Poche parole, ma inattese, quelle che il presidente scrive alla vicepreside dell’Iqbal Masih di Pioltello, Maria Rendani, che proprio a lui si era rivolta invitandolo a visitare l’istituto. Una telefonata, anche questa irrituale, al padre di Ilaria Salis accende i fari del Colle sulla docente italiana detenuta da 13 mesi in Ungheria. Un’iniziativa che – pur nelle prerogative previste “che non sono ampie sul piano operativo e passano attraverso il governo” – vede Mattarella promettere un interessamento personale sulla vicenda dopo il nuovo diniego dei domiciliari.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui