di Mario De Michele

Stavolta è decisamente riduttivo ricorrere a Shakespeare per archiviare con un “tanto rumore per nulla” l’incredibile e dolorosa vicenda che ha travolto come uno tsunami Nicola Caputo. Per giorni il suo nome è stato sbattuto in prima pagina anche da giornali internazionali perché presente nei file Epstein. Com’era ampiamente prevedibile nel giro di pochi minuti sui social è partita la massiccia campagna d’odio contro l’ex eurodeputato, già assessore all’Agricoltura della Regione Campania, oggi consigliere del ministro degli Esteri Antonio Tajani per l’export, l’internazionalizzazione della filiera agroalimentare e le politiche europee e internazionali di settore. Caputo è stato oggetto di commenti inenarrabili con un corollario di accuse che definire violente è poco. Più di uno lo ha “condannato” al carcere a vita, molti altri gli hanno “augurato” la morte. Un vero e proprio linciaggio social. Giornate da incubo per lui, i suoi familiari e i suoi amici.

Thomas Massie

Per fortuna la verità stavolta è venuta velocemente a galla. Il deputato repubblicano statunitense Thomas Massie ha scritto in un post su X che “l’anno di nascita censurato dell’uomo nei fascicoli di Epstein indica che ha oltre dieci anni in più dell’ex eurodeputato”. E ha aggiunto: “Nicola Caputo citato in uno dei documenti non è lo stesso Nicola Caputo che ha ricoperto la carica di membro del Parlamento europeo per l’Italia”. Si è trattato di un caso di omonimia, insomma. Sarebbe meschino imboccare la scorciatoia del “tutto è bene quel che finisce bene”, oltre che irriguardoso nei confronti di Caputo e dei suoi cari.

Nel frattempo il suo nome ha fatto il giro del mondo e dei social ed è stato accostato a un’inchiesta giudiziaria sullo sfruttamento sessuale di minori e sul traffico di esseri umani. E per cosa? Perché il nome di un altro Nicola Caputo, molto più avanti negli anni dell’ex europarlamentare, figura tra quelli contenuti nelle 3,5 milioni di pagine declassificate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Eppure nessuno si è preso la briga di verificare se in un fascicolo di 3,5 milioni di pagine possano esserci casi di omonimia. Nessun organo di informazione ha effettuato una verifica prima di gettare Caputo in pasto all’opinione pubblica e ai leoni da tastiera per un’indagine su reati di una gravità inaudita.

Nicola Caputo

“La verità – ha commentato Caputo su Fb – arriva sempre. Ho scritto personalmente per chiedere un chiarimento. È arrivato subito. Chiaro. Diretto. E ringrazio l’Ambasciata per il supporto e il sostegno. Ora si apre una fase diversa. Chiederò smentite formali a chi ha diffuso notizie prive di riscontro. Agirò in ogni sede per ottenere il risarcimento dei danni subiti. La reputazione non tollera leggerezze. L’informazione richiede responsabilità. Titoli enormi senza una verifica seria. Accostamenti costruiti in poche ore. Commenti violenti alimentati dal nulla. Un danno costruito senza alcun fondamento. Voglio vedere se chi ha aperto con titoli a nove colonne dedicherà lo stesso spazio alla verità”.

Come dare torto al consigliere del ministro Tajani? E come non partire dal finto caso Caputo per aprire una riflessione seria sugli organi di informazione e sull’uso violento dei social, che troppo spesso emettono sentenze mediatiche di morte basate su non-fatti e su ricostruzioni totalmente campate in aria oppure fabbricate con i paraocchi dell’accusa che tramutato gli avvisi di garanzia e gli arresti preventivi in condanne irrevocabili di colpevolezza. “Ringrazio – conclude Caputo – le tante persone che mi hanno manifestato sostegno. La vostra vicinanza ha avuto un valore enorme e mi ha dato la forza per resistere! Sono stato in silenzio, ho lasciato parlare i fatti che ora parlano con chiarezza! Viva la Verità. E chi semina odio, se ne faccia una ragione, il bene vince sempre!”.

Sull’ottimismo di Caputo siamo in disaccordo. Purtroppo il bene non vince sempre. E purtroppo in questi casi molti amici scappano come topi. In pochi hanno espresso pubblicamente vicinanza all’ex parlamentare europeo. In pochi hanno avuto il coraggio di metterci la faccia. In pochi gli sono stati vicini uscendo allo scoperto, come avrebbero dovuto fare. Gli amici si vedono nel momento del bisogno. E l’unico aspetto positivo di questa assurda vicenda è che Caputo ha avuto la possibilità di fare la cernita tra gli amici veri e quelli di facciata. Ipocriti e opportunisti sempre pronti a salire sul carro del vincitore e altrettanto pronti ad abbandonare la nave nei momenti di tempesta. Anche la vile fuga era prevedibile. Ai giorni nostri questo passa il convento degli uomini. Se così possiamo chiamarli.

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