Dieci debiti fuori bilancio, meno di trenta minuti e neppure il tempo di leggerli. Più che una seduta consiliare un voto in modalità sprint. Più veloce di Flash. Secondo gli esponenti dell’opposizione la maggioranza ha fatto in fretta a chiudere la pratica ma non a chiarire che cosa stesse approvando. Sul piede di guerra Mario De Michele, Marco Girone, Mauro Baldascino, Nicla Virgilio, Gilberto Privitera, Carla Palmieri, Imma Lama e Dino Carratù. Gli otto consiglieri di minoranza denunciano che quando l’appello dei presenti dura più della discussione sugli atti l’assise non è una casa di vetro. Somiglia piuttosto a un pit stop: entrano i numeri, si alzano le mani, si riparte. E a restare ai box è la cosa più importante: l’esame di dieci provvedimenti che pesano sulle finanze pubbliche.

La protesta della minoranza però comincia prima del voto. I consiglieri contestano al presidente Giovanni Innocenti la convocazione dell’aula senza una preventiva riunione dei capigruppo, momento di confronto che avrebbe dovuto consentire alle forze politiche di discutere e condividere l’organizzazione dei lavori. Una mancanza che si inserisce in un quadro più ampio: “Tensioni e difficoltà interne alla maggioranza che non possono essere scaricate sulle opposizioni”. Il messaggio è netto: “Chi governa deve trovare al proprio interno gli equilibri necessari e assumersi la responsabilità dei provvedimenti che porta in aula”. La minoranza, ricordano De Michele, Girone, Baldascino, Virgilio, Privitera, Palmieri, Lama e Carratù, ha un ruolo distinto: controllare, criticare, proporre e vigilare nell’interesse della collettività. Non fare da stampella a una maggioranza in affanno, né supplire alle sue difficoltà politiche. Per questo l’abbandono dell’aula viene rivendicato come una scelta consapevole. Un segnale politico rivolto a chi amministra: la responsabilità delle decisioni e dei propri equilibri non si può trasferire agli avversari.

Poi arriva il passaggio che trasforma la protesta in una contestazione molto più pesante, soprattutto all’indirizzo del sindaco Franco Matacena. All’ordine del giorno c’erano una variazione di bilancio adottata in via d’urgenza, da sottoporre a ratifica, e dieci debiti fuori bilancio. Dopo l’uscita della minoranza la maggioranza ha proseguito i lavori e votato i provvedimenti. Secondo la minoranza senza esaminarli in aula. E addirittura senza nemmeno leggerli. L’intera seduta, riferiscono, è durata meno di trenta minuti. «È occorso più tempo per effettuare l’appello dei presenti che per votare dieci debiti fuori bilancio». Res ipsa loquitur: i fatti, così come li raccontano i firmatari, parlano da soli. Ma qui non si discute di un primato di velocità. Si discute di metodo, trasparenza e responsabilità. Un debito fuori bilancio non è una pratica da far scorrere sul nastro trasportatore. Riguarda risorse dell’Ente. E dunque l’intera comunità. Prima di votare il consiglio dovrebbe sapere che cosa sta approvando. Sembra il minimo. A quanto pare, non lo è.
«La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini», ricorda una nota formula filosofica. E la pluralità, in un’aula consiliare, dovrebbe tradursi in confronto, ascolto e discussione. Audiatur et altera pars: si ascolti anche l’altra parte. Non per galateo istituzionale. Ma perché il confronto democratico serve a rendere le decisioni più consapevoli. Se invece il dissenso esce dalla porta e il voto corre in modalità fast forward e il consiglio rischia di ridursi a un rubber stamp: una timbratrice con i banchi. La maggioranza ha scelto di proseguire e ha votato. Se ne assume dunque la piena responsabilità politica. La forza dei numeri consente di approvare. Non assolve dal dovere di spiegare e discutere.

Chi vigila su chi amministra se l’assemblea consiliare rinuncia di esaminare ciò che vota? È la domanda che la minoranza consegna alla città. I firmatari annunciano che continueranno a vigilare e a denunciare ogni comportamento che, a loro giudizio, svuoti il confronto democratico e indebolisca il ruolo dell’assemblea. La loro uscita dall’aula resta una scelta politica. Ma non cancella l’interrogativo sulla seduta successiva: come si approvano dieci debiti fuori bilancio senza leggerli? A questa domanda la maggioranza deve una risposta, non una smorfia di sufficienza né l’alibi dei numeri. Perché il consiglio comunale è la casa di tutti i cittadini. E una casa in cui si vota senza aprire gli atti può anche restare in piedi, ma la democrazia, dentro, rischia di essere già uscita.
Mario De Michele





