di Mario De Michele
Ci sono sentenze che arrivano quando il tempo ha già pronunciato la propria. Nove anni. Un’eternità nella vita di un uomo. Un’era geologica nella politica. Tanto è durato il calvario giudiziario di Enrico De Cristofaro. Ex sindaco di Aversa. Ex presidente dell’Ordine degli Architetti di Caserta. Arrestato, processato, condannato in primo grado e infine assolto con formula piena in appello nell’inchiesta The Queen. La giustizia ha fatto il suo corso. Ma nel frattempo la vita ha preso un’altra strada. E non esiste sentenza capace di riportare indietro le lancette dell’orologio.
Il punto però non è soltanto De Cristofaro. È il cortocircuito tra giustizia, politica, informazione e opinione pubblica. Un meccanismo nel quale il sospetto diventa colpa, l’accusa si trasforma in verdetto e la presunzione di innocenza sopravvive soltanto nei manuali di diritto. In dubio pro reo. Una delle conquiste più alte della civiltà giuridica. Peccato che sembri prevalere un principio opposto: nel dubbio, condannare. Soprattutto mediaticamente. La furia giustizialista ha una virtù straordinaria: emette sentenze prima ancora di conoscere i fatti. Noi di Campania Notizie, oggi Italia Notizie, sostenemmo fin dall’inizio l’innocenza dell’allora sindaco. Suscitando, nella migliore delle ipotesi, l’ilarità di molti colleghi. Nella peggiore, il sospetto di essere quasi suoi “correi”. Il garantismo evidentemente era diventato una colpa. Oggi c’è poco da festeggiare. Troppo alto il prezzo pagato da De Cristofaro. Ma sarebbe già un piccolo segnale di civiltà se qualcuno, dopo aver dispensato condanne senza attendere i giudici, trovasse almeno il coraggio di chiedere scusa a lui e alla sua famiglia.
Il 15 marzo 2017 l’allora fascia tricolore di Aversa finisce in carcere nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti pubblici. Resta dietro le sbarre diciassette giorni. Le accuse riguardano la sua precedente attività alla guida dell’Ordine degli Architetti e non le funzioni di sindaco. Non gli viene contestata l’aggravante mafiosa. Eppure l’effetto politico è devastante. Nel 2019 arriva la sfiducia del Consiglio comunale. Nel 2023 una condanna a quattro anni. Poi l’assoluzione in appello. L’inchiesta ha stroncato la sua attività politica. Ma i tempi biblici della giustizia avevano già presentato il conto.
Attenzione, però. I magistrati hanno il dovere di indagare quando emergono ipotesi di reato. Il problema nasce quando l’azione penale produce conseguenze sociali e politiche irreversibili prima che la responsabilità venga definitivamente accertata. È qui che il rule of law rischia di essere sopraffatto dal trial by media. Il processo mediatico. Quello che non conosce contraddittorio e non aspetta le sentenze. La notizia di un arresto occupa titoli e aperture. Quella di un’assoluzione, anni dopo, deve spesso accontentarsi di uno spazio assai più modesto. La reputazione viene demolita in diretta. La sua ricostruzione è affidata alla memoria collettiva. Notoriamente corta.
Naturalmente un amministratore può essere criticato o sfiduciato anche in assenza di reati. La responsabilità politica non coincide con quella penale. Ma dovrebbe fondarsi su comportamenti, scelte e risultati amministrativi. Non sull’equazione secondo cui un indagato è già un colpevole in attesa di conferma. È una forma di moralismo prêt-à-porter. Perfetta per le dichiarazioni indignate e i post sui social. Si indossa al momento opportuno e si ripone nell’armadio quando l’indagine riguarda qualcuno della propria parte politica. La presunzione di innocenza invece non dovrebbe avere colori di partito.
Cesare Beccaria ammoniva che un uomo non può essere chiamato reo prima della sentenza del giudice. Un principio del Settecento che continua a sembrare rivoluzionario. Abbiamo moltiplicato gli strumenti di comunicazione senza sviluppare un’analoga cultura della prudenza. La velocità dell’informazione ha superato quella dell’accertamento giudiziario. E nell’intervallo si consumano autentiche esecuzioni reputazionali. Ma c’è un’altra questione, forse ancora più dolorosa. Che cosa significa essere assolti dopo nove anni? Significa ottenere una verità processuale favorevole. Non recuperare automaticamente le opportunità perdute o la serenità familiare. Il tempo non prevede appello. Non esiste una formula assolutoria capace di cancellare retroattivamente l’angoscia. E nessun risarcimento, quando ne ricorrano i presupposti, può restituire integralmente ciò che è stato sottratto alla vita.
La vicenda De Cristofaro impone una riflessione che va oltre le appartenenze politiche. Una democrazia matura deve pretendere indagini rigorose, processi in tempi ragionevoli e pieno rispetto delle garanzie degli imputati. Deve difendere l’autonomia della magistratura senza trasformare ogni iniziativa giudiziaria in una verità indiscutibile. E chiedere all’informazione di raccontare le accuse senza spacciarle per sentenze. Non si tratta di scegliere tra giustizia e garantismo. Il garantismo è parte essenziale della giustizia. Non è un favore concesso agli imputati eccellenti. È una garanzia per tutti. Anche per chi non ha un nome conosciuto o una vicenda capace di conquistare le prime pagine.
Resta una domanda. Semplice. Terribile. Chi risarcisce il tempo? La giustizia può correggere una sentenza. La politica può cambiare maggioranza. L’informazione può rettificare un titolo. Ma nessuno può restituire nove anni di vita. E se per ottenere giustizia bisogna attendere quasi un decennio, il rischio è che la sentenza arrivi finalmente in tempo per la verità. Ma troppo tardi per tutto il resto.





