Sarà il quarto processo a Silvio Berlusconi quello che si aprirà a Milano il 15 marzo e il primo in cui l’ex premier dovrà rispondere davanti a un tribunale per rivelazione del segreto d’ufficio. E proprio lui, che da capo del governo voleva una legge per mettere un freno alla pubblicazione delle intercettazioni,

per un’intercettazione trafugata e pubblicata sul Giornale, il quotidiano di famiglia, quando era ancora top secret, è finito alla sbarra. E ciò sebbene abbia assicurato di non averla mai ascoltata. “Abbiamo la voce di Fassino su Unipol” “Così portammo il nastro ad Arcore” Paolo Berlusconi: “Voglio quella chiavetta” Così dopo la presunta corruzione di David Mills, le sospette irregolarità nella compravendita dei diritti tv Mediaset e il caso Ruby, l’ex premier si ritroverà a dover trovare qualche altro spazio in agenda per i suoi nuovi impegni a Palazzo di Giustizia. Questa volta, però, per via di una conversazione captata dagli investigatori, ai tempi delle inchieste sul risiko bancario, in cui Piero Fassino, in piena scalata alla Bnl, chiedeva a Giovanni Consorte, l’allora numero uno di Unipol: “Allora abbiamo una banca?”. Un dialogo che, ancora coperto da segreto istruttorio e copiato su una pen drive, secondo gli inquirenti Berlusconi avrebbe ascoltato per poi ringraziare, “assicurando gratitudine eterna”, chi alla vigilia di Natale del 2005 gli aveva portato ad Arcore quel “regalo” in vista dell'”approssimarsi delle elezioni politiche” del 2006, vinte però dal centrosinistra. Una vicenda che stando a Maria Grazia Domanico, il gup che ha disposto il rinvio a giudizio in linea con la richiesta del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, dovrà essere valutata in dibattimento proprio per chiarire se il leader del Pdl abbia o meno dato il via libera alla pubblicazione di quel dialogo. “Non ricordo quell’intercettazione ed escludo quindi di averla ascoltata, altrimenti me la sarei ricordata”, si è difeso l’ex premier prima con dichiarazioni spontanee e poi rispondendo a qualche domanda del pm. “Non ho mai dato ordini per farla pubblicare”, ha aggiunto, assicurando di rammentare di aver incontrato un solo imprenditore e non due a Villa San Martino (“vedo talmente tanta gente…”) e ammettendo che a far da tramite possa essere stato il fratello Paolo: “Conosceva anche lui molte persone – avrebbe detto in aula – e quando si trattava di progetti di espansione imprenditoriale me le portava, visto che ero il presidente del consiglio”. Una spiegazione che non ha convinto il giudice Domanico, che oltre a respingere eccezioni di competenza territoriale in favore di Monza e di legittimità costituzionale, e a bocciare la richiesta della difesa di ascoltare tre testi (Maurizio Belpietro, Gian Luigi Nuzzi e Paolo Berlusconi), ha mandato a processo l’ex capo del governo. “E’ un altro bel colpo per il tribunale di Milano – ha commentato Niccolò Ghedini – E’ l’unico processo in Italia per questo reato. E’ andato tutto come previsto. Questo dimostra ancora una volta come i giudici milanesi vogliono portare Berlusconi all’ennesimo processo, che finirà in un nulla di fatto come tutti gli altri”. Processo che non è escluso venga riunificato con quello già in corso per Paolo Berlusconi, imputato per la stessa vicenda per la quale, fra gli altri, sono stati già condannati con rito alternativo gli imprenditori Roberto Raffaelli, titolare della Research Control System, e Fabrizio Favata: i due, secondo l’accusa, furono coloro che portarono quel “regalo” nella residenza dell’allora premier. Favata è stato condannato anche a risarcire per danni morali Fassino, oggi sindaco di Torino e ai tempi segretario dei Ds. L’esponente del Pd è già parte civile nel processo a carico di Paolo Berlusconi ed è pronto ad entrare anche nel dibattimento a carico del leader del Pdl per chiedere i danni al suo avversario politico.

 

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