“Sono il sindaco di un comune che non c’è più e sono qui a scavare con le mani e con ogni mezzo, nella speranza di trovare vivo qualcuno”. Abdelrahim Aid Douar, 34 anni, è sindaco di Tata N’Yaacoub, il comune dove ha avuto epicentro il terremoto che l’8 settembre ha devastato il Marocco. Dei 28 tra paesi e piccoli villaggi, che fanno parte del comprensorio, tra cui Ighil e Imlil, improvvisamente finiti al centro della cronaca, non è ancora riuscito a visitarli tutti. “Quelli che ho visto, però, sono ridotti a cumuli di macerie”, spiega all’Ansa. La strada per raggiungerli, a 120 chilometri da Marrakesh è interrotta in più punti. “I soccorsi sono resi difficili dal fatto che quando cerchiamo di creare nuovi accessi, si aprono voragini. Non c’è elettricità e gli elicotteri non possono lavorare di notte”. Venerdì sera, alle 23.11, quando tutto è cominciato, il sindaco Abderrahim era a Marrakesh con la moglie Karima. “Sono partito immediatamente, e sono rimasto fino alle 6 del mattino seguente a togliere le pietre dalla strada. Non mi sono mai fermato. Ho dovuto aprirmi un varco per raggiungere Ighil, il centro più colpito”. Una volta arrivato lo shock è stato totale. “Sapevo che poteva essere grave, ma non credevo di non riuscire a trovare altro che detriti e cadaveri”. A Ighil mancano all’appello quasi 5mila abitanti e altri 2mila nella zona circostante, sparsi tra case coloniche e villaggi. Tra familiari e amici di una vita, il sindaco Aid Douar conosce quasi tutti. Dal 2009 è primo cittadino lì, in quella provincia di dove è originaria tutta la sua famiglia. E non riesce a trattenere le lacrime. “Oggi abbiamo cominciato a seppellire i cadaveri, in una zona destinata allo scopo, perché persino i cimiteri sono spariti, inghiottiti dalla terra o sepolti dalle macerie”. Tra quei morti ci sono anche i suoi parenti. La desolazione è ovunque anche negli impietosi scatti di prima e dopo il terremoto postati da alcuni sul web. “Di Imlil resta la moschea in cemento armato e una manciata di abitazioni, le più recenti. Tutto il resto è uno strazio”. Si scava senza sosta, con le mani soprattutto e ma anche con gli escavatori che si sono salvati: erano in dotazione del municipio ed erano parcheggiati a valle. Un lavoro senza sosta e una corsa contro il tempo., ma con esiti spesso drammatici, perché, dice, “tra coloro che ho cercato di raggiungere, al telefono o anche urlando a squarciagola, non mi ha risposto nessuno”.

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