”Io mi sento un fallito, nel senso che non ho fatto il film della mia vita, quello che avrei potuto o dovuto fare. Per questo motivo nutro una particolare solidarieta’ con attori che sono stati emarginati per qualche motivo, come Carlo delle Piane, che fu allontanato dal cinema per il suo aspetto fisico. Ebbene averlo fatto lavorare e vederlo poi prendere addirittura e’ stata una soddisfazione enorme”.

Pupi Avati si e’ messo a nudo nella penultima serata del Vasto Film Festival 2011. Un’ora abbondante di ricordi e di racconti come mai Avati aveva fatto nel passato. ”Se il cinema si mette a raccontare il reale – ha continuato il settantaduenne regista bolognese – compie un’operazione rinunciataria. A parte il neorealismo, che e’ stata un’esperienza straordinaria, il cinema e’ lo strumento, il veicolo migliore con cui poter produrre il travisamento della realta’. Il cinema puo’ permettersi di dire bugie e per questo e’ un mezzo straordinario”. Stimolato a spiegare come riesca a far recitare bene gli attori nei suoi film Avati ha svelato la ricetta gli rivelo’ Vittorio de Sica quando doveva fargli da aiuto regista in un film su Rodolfo Valentino, film che poi purtroppo non si fece piu’ perche’ lui si ammalo’. ”Uso un affetto sincero verso gli attori che lavorano con me – ha concluso Avati -. Tutti pensano che gli attori siano delle persone piene di se’, che siano boriosi e a volte arroganti. In realta’ sono fragili e insicuri e quindi attraverso l’affetto che ho verso di loro li rassicuro, divento per loro un medico, un confessore e loro mi ripagano dando il meglio di loro stessi e rivelando capacita’ spesso inaspettate”.

 

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