di Mario De Michele
Aversa non può permettersi l’ennesimo fiasco della sua classe politica. Le dimissioni del sindaco Franco Matacena rischiano di spalancare le porte a circa otto mesi di commissariamento. Otto mesi senza una guida espressione del voto dei cittadini. Una nuova débâcle. Il risultato dell’incapacità di governare. Esiste una via d’uscita? Forse. Ma richiede una vera svolta, un turning point. Basta individualismi sfrenati, avversioni personali e caccia alle poltrone. Il municipio non è un condominio litigioso. Né un’agenzia di collocamento politico. Per ripartire non basta una stretta di mano. Serve un vero patto di legislatura. Non un gentlemen’s agreement destinato a dissolversi alla prima votazione delicata.

IL SINDACO CHIUDA IL CERCHIO TRAGICO
Anche Matacena è chiamato a una scelta. Il sindaco deve poter contare su condizioni politiche che gli consentano di esercitare pienamente il proprio ruolo. Ma la sua leadership deve accompagnarsi alla capacità di ascoltare, mediare e tenere insieme sensibilità differenti. L’autorevolezza del sindaco non si misura sul terreno del comando. Non basta dire: “Decido io, punto”. Si riconosce nell’arte di costruire sintesi senza rinunciare ai principi. Si basa sulla capacità di trovare il punto di caduta all’interno di quella che è ed è sempre stata una coalizione eterogenea. Per il suo bene e per il bene della città Matacena deve chiudere la stagione del “cerchio tragico”, composto da chi getta benzina sul fuoco invece di indossare i panni del pontiere, da chi alimenta personalismi a detrimento dell’azione amministrativa. L’ingresso in giunta di Nicola De Chiara ha fatto da detonatore alla crisi. Se da un lato il giornalista ha lavorato abbastanza bene come assessore dall’altro si è rivelato un catastrofico spin doctor. Un agent provocateur. Facendo quasi (e diciamo quasi) rimpiangere Alfonso Oliva.

UN BRACCIO DI FERRO STUCCHEVOLE
Un capitolo a parte riguarda il ruolo di Federica Turco. La capogruppo di Noi Aversani deve riporre i guantoni e scendere dal ring. A differenza di De Chiara e Oliva, è stata eletta dai cittadini con un cospicuo bagaglio di voti. È apprezzabile il suo passo di lato. Poteva entrare nell’esecutivo. Responsabilmente si è fatta da parte. Nel contempo ha perso di vista l’obiettivo più grande: la stabilità della maggioranza. Il tema non è stabilire quanti schiaffi abbia preso Matacena dagli alleati per legittimare la reazione del sindaco. È capire perché si continui a litigare. Senza però schierarsi per partito preso con la fascia tricolore e sempre e comunque contro i suoi presunti schiaffeggiatori. Arriviamo al dunque. E diciamo come stanno le cose. Apertis verbis. Il nodo gordiano di tutta la vicenda è rappresentato dal bras de fer tra Matacena e il suo cerchio tragico da una parte e Giovanni Innocenti e la confederazione dei centristi dall’altra. I pasdaran dei due raggruppamenti spingono per staccare la corrente. L’espediente per provocare il cortocircuito è di una semplicità imbarazzante: “Non puoi fare brutta figura agli occhi dei cittadini”. In pratica, ci sia concessa la brutale raffigurazione, si fomenta la gara a “chi ce l’ha più lungo”. Di conseguenza, su un fronte la decisione di Matacena di espropriare Aversa Moderata delle deleghe alla Polizia municipale e alla Protezione civile viene fatta passare come la prova provata che il sindaco “ce l’ha più lungo di Innocenti”. Mentre sull’altro versante le dimissioni del sindaco dimostrerebbero che “Innocenti è più dotato di Matacena”. Un redde rationem senza fine.

OLIVA-DE CHIARA, MANOVRE DA ASILO
Ed ecco che Oliva, in preda a una pacchiana voglia di revenge dopo il siluramento dalla giunta, mette la foto di Innocenti come immagine del suo profilo WhatsApp per spingerlo a mostrare i muscoli. Per la serie: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. O più prosaicamente: “Se non c’è trippa per me non ci deve essere trippa per nessuno”. Del resto pochi giorni prima Oliva tramava con chiunque, inclusi gli esponenti dell’opposizione, per mandare a casa Matacena e lo stesso Innocenti. Ed ecco inoltre che De Chiara, almeno così si dice, tasta il polso dell’opposizione per un ribaltone in consiglio con lo scopo velleitario e sciagurato di far fuori il blocco moderato della maggioranza. Ovvero Innocenti e company. Poi c’è chi finge di stare alla finestra ma in realtà è accovacciato sulla riva del fiume in attesa che passi il cadavere politico della coalizione perché ha in mente una giunta tecnica “pro domo sua”.

NON SOLO DELEGHE, MALESSERE ANTICO
In verità tra Matacena e Innocenti non c’è stato un duello rusticano. Fino a un secondo prima della comunicazione del nuovo assetto della giunta i due scherzavano e ridevano. E il clima del preconsiglio, convocato dal sindaco, era quanto mai sereno e amichevole. Poi il coup de théâtre delle deleghe alla Polizia municipale e alla Protezione civile. Ma non perché fosse scoppiata una guerra sulle poltrone. Molto più banalmente perché, come ha confermato Turco, c’è stato un deficit di comunicazione. Matacena sostiene di aver informato Innocenti. E Innocenti afferma di non saperne nulla. Un equivoco politico ha spinto Matacena a dimettersi? No, ovviamente. Nella maggioranza c’era un malessere che andava curato da tempo. E se Massimo Virgilio è venuto allo scoperto, seguendo le orme di Oliva anche sui social, bisogna ancora capire il positioning di Luigi Dello Vicario.
E allora la domanda non è soltanto se Franco Matacena ritirerà le dimissioni. È che cosa accadrebbe il giorno dopo. Un’altra stagione di sospetti e ultimatum oppure una maggioranza finalmente capace di governare? O si riparte con un patto di legislatura autentico oppure è meglio chiudere questa esperienza. E tutti a casa. Perché le poltrone si possono salvare in una notte. La fiducia dei cittadini richiede molto di più.





