Si chiama clausola di salvaguardia. Si legge manovra di bilancio. L’ultima del governo Meloni, la quinta: quella elettorale. Un orizzonte da non ignorare. Tutti negano, ufficialmente. Ieri però in transatlantico alla Camera e a Palazzo Madama non si parlava d’altro. Al punto da ipotizzare (o sognare) una maxi finanziaria «da trenta-quaranta miliardi».
Così da portare le pensioni a 64 anni e togliere quel mese in più nell’età che scatta a gennaio, come vuole la Lega. Allargare l’Irpef al 33% ai redditi fino a 60mila euro, il ceto medio tartassato, come chiede Forza Italia, e abolire il bollo auto, vecchio sogno berlusconiano. Sostenere salari e famiglia, le bandiere tradite di Fratelli d’Italia in questi anni a partire dal quoziente familiare, fino alla flat tax per tutti. La lista è destinata ad allungarsi. Ed è allarme rosso in casa Giorgetti.
L’incognita del deficit
Il ministro dell’Economia sa che tra un mese e mezzo cominciano le danze. L’ha fatto capire ieri in Parlamento, quando ha ricordato che sì l’Italia ora chiede all’Europa la possibilità di spendere l’1,5% del Pil in difesa ed energia, una cifra attorno ai 35 miliardi entro il 2028: non all’anno, come erroneamente dice alla Camera, ma «cumulato» nel triennio come precisa poi al Senato. Ma non si azzarda a dire dove e quando. Anche perché se non usciamo dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo si ferma tutto. «Continuiamo ad avere questa ambizione», scandisce all’opposizione. «L’Italia è molto rispettata in Europa. Al punto tale da aver ottenuto una deroga per l’energia dalla clausola per la difesa. Ed ora siamo i primi a chiederla. Rivendico questo successo».
Orgoglio e sana prudenza: sono i marchi di fabbrica di Giorgetti. Ma la strada è in salita. Lo spiega lui: «L’attivazione della clausola consente di giustificare lo scostamento in eccesso, ma gli interventi hanno pieno impatto sul deficit». In altre parole, l’Europa non conteggia quell’1,5% nel tetto di spesa netta già definito con l’Italia, in base al nuovo Patto di stabilità. E che non possiamo superare, a meno di deroghe come la clausola. Ma è chiaro che il deficit sale. E, dice il ministro, se il 22 settembre l’Istat non certifica che siamo già sotto al 3% in modo stabile (quindi nel 2025 e nel 2026), non usciamo dalla procedura e ci tocca tornare subito in castigo. Ecco l’azzardo del governo: chiedere una clausola senza sapere se può usarla.
Il gioco delle tre carte
Qui inizia la parte difficile. Se il deficit calerà sotto al 3%, come auspicato, il governo proverà a fare un gioco delle tre carte. Usare subito, già quest’anno, una parte delle spese per l’energia: sono 14 miliardi sui 35 di clausola, ma si possono spalmare (fino allo 0,3% del Pil all’anno, ovvero fino a 7 miliardi).
Giorgetti ieri ha detto che «a metà ottobre il 2026 sarà quasi finito, quindi lo 0,6% si concentrerà sul 2027 e 2028». Ma non ha escluso che, dopo l’ok dell’Ecofin alla clausola e il voto allo scostamento del Parlamento, la legge di bilancio sia accompagnata da un decreto legge che impegna in tutto o in parte quei 7 miliardi. Il “trucco” che Giorgetti ha rivelato martedì sera agli uffici di presidenza delle Camere, è di mettere una parte dei soldi su investimenti energetici già fatti dopo il 28 febbraio (inizio della guerra Usa-Iran) liberando spazi.
Il trucco sulle spese per la difesa
Il secondo “trucco” che il ministro rivela, seppur in modo velato, nella sua comunicazione di ieri riguarda la spesa per la difesa: «Gli investimenti nella difesa richiedono orizzonti pluriennali. Lo sa anche Bruxelles. Riteniamo di concentrare lo scostamento dello 0,9% nel 2028, perché nel 2027 sarà difficile metterli a terra». L’aveva detto anche il ministro della difesa Guido Crosetto: «Uno 0,2% nel 2027 e il resto nel 2028». Su un totale di 21 miliardi significa 5 miliardi il prossimo anno e 16 quello dopo. Ma, spiega ancora Giorgetti: «La spesa in conto capitale includerebbe sia nuovi programmi di investimento sia proposte di rimodulazione di risorse già previste. Queste ultime avrebbero effetti sul deficit».
Eccola dunque la chiave per finanziare la manovra elettorale: spostare spese già fatte o previste, in difesa ed energia, sulle risorse nuove materializzate dalla clausola. E liberare così spazi per finanziare la lista dei sogni dei partiti di governo. Non si arriverà a 30-40 miliardi. Ma certo un buon punto di partenza.





