È prevista per giovedì alle 16.30 la discussione in Consiglio dei ministri del nuovo decreto legge sulla scuola a cui ha lavorato il governo su proposta del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Attraverso domande e risposte, ecco come funzionerà.
Cosa prevede il nuovo decreto?
Un tetto agli studenti stranieri per classe, il divieto di indossare burqa e niqab, corsi obbligatori per i genitori degli alunni stranieri in difficoltà nel rendimento scolastico. Il governo sta limando il decreto legge. Non ci sarà una proposta della Lega che prevedeva la possibilità di revoca del permesso di soggiorno per le famiglie di origini straniere che non mandano i figli a scuola.
A chi si applica il tetto del 30%?
Agli studenti con cittadinanza non italiana che non hanno una conoscenza sufficiente dell’italiano. In particolare si applicherà ai cosiddetti “Nai”: i nuovi arrivati. In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro ha dichiarato che il limite si applicherà anche agli studenti con passaporto europeo per favorirne l’apprendimento della lingua e l’integrazione. Nell’Unione europea vige però una equiparazione anche amministrativa tra studenti degli Stati membri.
A chi non si applica invece il limite del 30%?
Come anticipato da Repubblica, il tetto non si applica agli studenti migranti che hanno già dimestichezza con la lingua italiana. E in particolare a chi ha già frequentato la scuola dell’infanzia e si iscrive in prima elementare o a quanti hanno frequentato, con successo, alcuni anni di scuola. Il ministro Valditara ha parlato di «criteri oggettivi» per stabilire chi è dentro e chi è fuori.
Quante sono le classi e gli studenti a cui si applica il decreto?
Secondo gli ultimi dati ufficiali del ministero, relativi all’anno 2023/2024, ci sono 4223 classi in cui il limite del 30% viene superato. Se però il conteggio tiene conto esclusivamente di quelle in cui i nuovi arrivati sono più del 30% allora la percentuale precipita alo 0,6%, 2mila classi sulle 366mila di allora. La situazione in tre anni si è mossa perchè le classi sono diminuite (ora sono 320mila circa) e gli alunni con background migratorio sono aumentati. Ma i numeri non sono dissimili. Il ministro ha parlato di «poco meno di mille classi in cui il 20% dei ragazzi non conosce la lingua, perlopiù alle elementari».
Quanti studenti stranieri ci sono?
No. Gli studenti con cittadinanza non italiana sono l’11,6% del totale, pari a 931mila bambini e ragazzi, bambine e ragazze. Sono i dati dell’ultimo rapporto Ismu, Iniziative e Studi sulla Mobilità Umana. Secondo uno studio dell’Idos, negli ultimi 11 anni la presenza di studenti con cittadinanza straniera è cresciuta del 16% a fronte di un calo del 12,5% degli italiani dovuto all’inverno demografico. L’aumento di iscritti stranieri ha insomma arginato l’emorragia di studenti tra i banchi. Le 5 principali cittadinanze straniere nelle scuole italiane sono romena, albanese, marocchina, cinese e egiziana.
Il tetto del 30% agli stranieri in classe esiste già?
Si, era contenuto in una direttiva del 2010 della allora ministra Maria Stella Gelmini (relatore delle sue riforme, soprattutto universitarie, era proprio l’attuale ministro Valditara). Le indicazioni e raccomandazioni però non era contenute in una legge come, tramite decreto, ha deciso di fare ora il governo Meloni. Il tetto del 30% è rimasto su carta perché in alcune scuole è risultato inapplicabile per via della alta densità migratoria del territorio attorno all’istituto scolastico.
A chi spetterà applicarlo?
Anzitutto ai dirigenti scolastici che al momento delle iscrizioni dovranno smistare gli alunni stranieri nelle diverse classi. Laddove comunque venisse superato il tetto previsto anche in una sola classe saranno i provveditorati e gli uffici scolastici regionali a dover intervenire per indirizzare le famiglie migranti e gli alunni in altre scuole di prossimità.
Perché alcuni presidi e partiti lo ritengono inapplicabile?
Ci sono territori, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, dove la concentrazione ei cittadini stranieri è più elevata. In quelle zone le scuole potrebbero dover indirizzare altrove i loro alunni con la conseguenza di obbligare le famiglie a fare più chilometri tra casa e scuola, allontanando o sradicando dai territori abituali bambini e ragazzi. Se la norma dovesse essere molto restrittiva, alcuni costituzionalisti sostengono che potrebbe inoltre violare l’articolo 34 della Costituzione che sancisce che “la scuola è aperta a tutti”. Al Corriere della Sera, il ministro Valditara ha specificato che ci saranno deroghe, come oggi dunque, laddove non sarà possibile organizzare gli alunni in scuole di prossimità. In questi casi saranno stanziati fondi maggiori per investire su docenti di potenziamento nell’insegnamento della lingua italiana.
Cosa ha previsto il ministero dell’Istruzione per favorire l’integrazione?
Il ministro Giuseppe Valditara ha rivendicato di aver assunto mille docenti per il potenziamento della lingua italiana. Per questo anno scolastico ne risultano insediati 752, la maggior parte nelle scuole elementari. Il ministero ha stanziato circa 13 milioni per attivare corsi di potenziamento linguistico extracurricolari nel pomeriggio.
Quando entrerà in vigore il nuovo decreto?
Visto che le iscrizioni sono giù concluse, le classi già formate e l’anno scolastico già avviato, gli effetti del decreto partiranno dal prossimo anno scolastico, il 2026/2027. Saranno invece immediatamente operative per i bambini che dovessero arrivare in Italia a anno in corso.
Il decreto prevede altre misure?
Sì, il divieto di indossare burqa o niqab, cioè veli integrali, per le studentesse nelle scuole italiane. Stimare un numero di quante verranno coinvolte dal provvedimento è complesso. Il decreto aggiornerà la legge Reale sul travisamento che risale al 1975, eliminando per le scuole il riferimento ai giustificati motivi culturali o religiosi che consentivano il velo. Il rischio è che alcune ragazze non frequentino più le aule. Per Valditara la risposta è nel decreto Caivano (la reclusione fino a 2 anni per i genitori che non mandano i figli a scuola) o nell’autorità giudiziaria (che può levare la potestà genitoriale).
Un’altra misura riguarda l’obbligo per i genitori dei bambini che faticano a scuola con la lingua italiana di imparare a loro volta l’italiano. Il ministero sta studiando gli strumenti per attuare anche questo provvedimento.





