Meloni rassicura la Nato: 17 miliardi in più in due anni. Ma ancora da stabilire il riparto delle risorse

C’è una promessa che Giorgia Meloni si prepara a portare al vertice della Nato di Ankara. È, di fatto, la traiettoria di crescita delle spese militari e di sicurezza su cui il governo intende impegnarsi nel biennio 2027-2028, anche se non è detto che per allora sia l’attuale premier a sedere a Palazzo Chigi (e sempre ricordando che nel 2026 non si sfrutterà la flessibilità per le armi concessa dall’Europa, ma soltanto uno 0,3% per l’energia). I numeri, decisi in alcune riunioni di massimo livello — e a cui ha lavorato la presidente del Consiglio, assieme a Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto — dovrebbero essere questi, anche se l’ultima limatura è attesa nelle prossime ore: almeno +0,25% del pil nel 2027 (5,3 miliardi), +0,55% nel 2028 (11,6 miliardi). In tutto, circa diciassette miliardi in più nel prossimo biennio. Che dovrebbero portare l’attuale 2,8% di costi militari al 3,35% nel 2028. Promesse, come detto, spostate in avanti di mesi e comunque da sottoporre poi alla prova dei fatti.

Torniamo indietro di qualche giorno. Dopo attenta riflessione politica, il governo ha deciso di destinare poco, pochissimo all’Ucraina in vista dell’incontro in Turchia. Nelle casse italiane le risorse sono poche e ragioni di politica interna hanno sconsigliato di promettere sostegno in armi e denaro a Kiev. Sarà dunque limitatissimo il contributo italiano al pacchetto da 80 miliardi (oltre ai 60 dell’Unione europea) che la Nato ufficializzerà al summit. Meloni, però, non può presentarsi al vertice dell’Alleanza atlantica senza indicare una prospettiva di crescita delle spese militari e di sicurezza. E non solo perché l’impegno dei singoli partner è di crescere progressivamente fino al 5% del pil entro il 2035. Ma soprattutto perché Donald Trump pretende segnali concreti, l’ha fatto capire pochi giorni fa attaccando gli alleati europei, ed è pronto a mortificare ancora i leader timidi su questo dossier.

E si torna dunque ai numeri. Da diverse settimane, Giorgetti è determinato ad aspettare il prossimo settembre, quando i ricalcoli sul deficit del 2025 diranno se l’Italia è sotto il 3% e potrà quindi uscire dalla procedura d’infrazione. È una condizione non vincolante, ma politicamente rilevante per sbloccare l’aumento degli investimenti per la difesa. Altro discorso è per Safe. Crosetto avrebbe preferito sfruttare i prestiti europei per raggiungere gli obiettivi Nato. Il titolare del Tesoro è più prudente e deciderà a conti fatti se accedere al programma o finanziare a debito le spese militari.

Per Crosetto, a questo punto, è più importante tagliare il traguardo, rispetto a come farlo: l’importante è ottenere un aumento di almeno 0,25% nel 2027. Con la legge di bilancio, o anche con stanziamenti autonomi che andrebbero comunque autorizzati dalle Camere. Se non verrà sfruttato Safe, allora servirà attivare la clausola di salvaguardia nazionale per investimenti in difesa concessa dall’Europa: 1,5% del pil all’anno per tre anni (2026-2028). Si tratta della deviazione temporanea della rotta di bilancio, a fronte di circostanze eccezionali. In altri termini: è una flessibilità che concede un aumento della spesa pubblica mirato — e quindi del disavanzo — senza che venga considerata una violazione delle regole del patto di stabilità.

È questa promessa che Meloni porterà ad Ankara. È una scelta tutta politica e che impegna fino a un certo punto l’attuale esecutivo. Intanto perché la clausola potrebbe essere attivata direttamente nel 2027 (dunque dall’attuale esecutivo o, in teoria, anche dal prossimo governo). La premier, però, può riferire ai partner della decisione di crescere ancora nella parabola verso il 5%. Che poi questi soldi vengano destinati al comparto della difesa (bisogna arrivare al 3,5%) o invece alla sicurezza (il restante 1,5% che concorre a raggiungere la soglia complessiva del 5%) è tutto da stabilire.

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