Buco nel Fisco: le flat tax favoriscono l’evasione, sono un potente motore per il nero

Prendiamo un agente di commercio che fattura 80mila euro. Se è nel regime forfettario e applica la tassa piatta, il fisco non considera imponibili tutti gli 80mila. Per la sua attività la porzione, fissata dalla legge, su cui paga le tasse è solo del 62%. Significa che il reddito su cui si calcola la mini imposta del 15% scende a 49.600 euro, mentre i restanti 30.400 sono considerati automaticamente costi. Non serve dimostrarli uno per uno con fatture e scontrini. È questo uno dei meccanismi che Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, mette sotto accusa quando definisce la flat tax «un potente motore per il nero». I numeri parlano: su 49.600 euro di imponibile il forfettario paga 7.440 euro di tasse, contro 13.500 di dipendenti e pensionati (+82%).

Il buco nel Fisco
Queste e altre scorciatoie producono, secondo l’ultimo Osservatorio di Itinerari, circa 3 miliardi di minori entrate fiscali nel solo 2024. Non significa, ovviamente, che i 600mila autonomi che beneficiano di regimi agevolati, flat tax compresa, siano tutti evasori. Ma il problema esiste. I 4,55 milioni di autonomi censiti dal rapporto versano complessivamente 51,7 miliardi di imposte. Ma la Relazione sull’economia non osservata del ministero dell’Economia stima per l’Irpef di autonomi e imprese un tax gap (mancato gettito) vicino ai 37 miliardi, quasi il 60% dell’imposta dovuta: sei euro su dieci non arrivano al fisco.

Le asimmetrie
L’anello debole non va cercato però tra le partite Iva più piccole, spesso giovani e dipendenti mascherati. Per quasi otto autonomi su dieci, quelli con redditi fino a 29mila euro, l’aliquota media effettiva dell’Irpef ordinaria è inferiore al 15%. Il vantaggio della tassa piatta cresce dunque soprattutto salendo di reddito. Ed è qui che i conti si incrociano con l’altra fotografia uscita in questi giorni: poco meno di un terzo dei contribuenti paga quasi l’80% dell’Irpef, con un peso molto forte su dipendenti e pensionati. Una concentrazione resa più squilibrata dal fatto che una parte dei redditi sfugge alla progressività e viene tassata con imposte sostitutive.

Le trappole della tassa piatta
La flat tax è il caso più evidente. Il centrodestra l’ha allargata negli anni e il governo Meloni ha portato da 65mila a 85mila euro la soglia. Ora si discute di spingerla fino a 100mila. E la logica è uscita ormai dal recinto delle partite Iva: si è estesa a pezzi di altri redditi, dagli aumenti legati ai rinnovi contrattuali fino alla recente ipotesi di applicarla agli incrementi di stipendio dei giovani. Ma proprio il tetto degli 85mila euro crea, secondo Brambilla, la prima trappola. Basta superarlo per uscire dal forfettario e tornare alla tassazione ordinaria. Chi viaggia vicino alla soglia può quindi avere un incentivo a fermarsi prima. Volano le «sotto dichiarazioni».

Poi c’è il secondo punto debole: le spese. Nel forfettario una quota di costi è già riconosciuta, come detto, in automatico dal coefficiente di redditività, diverso da mestiere a mestiere. Se una fattura per un pasto o un acquisto non abbassa le tasse, viene meno una parte dell’interesse a farsela fare. È qui che si rompe il contrasto di interessi tra chi compra e chi vende.

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