Scontro sui fondi per gli hub, il governo italiano deluso dalle decisioni dell’Ue smorza i toni con Madrid

Quando Matteo Piantedosi spegne la call nel suo ufficio del Viminale, la delusione è palpabile ma va dissimulata. Dal governo sostengono che sia già un passo avanti il fatto che l’Europa discuta della proposta italiana (e danese) di nuovi centri per migranti in Nord Africa, modello Albania. Ma non c’è traccia degli «hub» nelle conclusioni finali del summit. E l’Ue che si riunisce in via telematica sull’onda dei fatti di Ceuta sostanzialmente archivia il caso dell’exclave spagnola, l’emergenza è terminata. Dunque su che presupposto ora l’Italia continuerà a tenere chiuso lo spazio Schengen con la Spagna? Ecco, anche ai piani alti dell’esecutivo si inizia a ragionare sottotraccia sulla durata della misura: in teoria lo stop dovrebbe durare un mese, ma più fonti di governo raccontano che si sta ragionando su un termine anticipato, probabilmente a ridosso di ferragosto. Anche se l’intelligence monitora il tam tam social dal Marocco, le minacce di nuovi arrembaggi alla cittadina in territorio spagnolo.

Restano le tensioni con Madrid e soprattutto la difficile partita a Bruxelles, oltre la propaganda. Giorgia Meloni vorrebbe che fosse l’Ue a finanziare i nuovi hub in stile albanese: Roma sta pensando di realizzarli in Ruanda, Uganda e Ghana. Quelli in Albania sono totalmente a carico dell’Italia. E con una spesa monstre. Ma le trattative sono complicate. I paesi nordici, i cosiddetti frugali, inclusi quelli che vedono di buon occhio gli hub, sono contrari all’utlizzo di risorse comunitarie per allestirli. Da mesi premono per una sforbiciata alla bozza di bilancio pluriennale dell’Ue: dunque se mai si dovesse spostare sui centri per migranti una fetta della torta, andrebbe tagliata dalla coesione. Capitolo che l’Italia invece non intende assolutamente toccare. Proprio sulla difesa della coesione Roma ha fatto asse con Madrid. Ma gli strascichi di Ceuta potrebbero portare a una frattura anche su questo fronte, indebolendo le richieste di Meloni.

Dopo giorni di attacchi sotto la cinta da entrambe le parti, nel suo discorso Piantedosi evita di inasprire i toni con la Spagna. Usa carota e bastone. Piena solidarietà alla Spagna e la precisazione di come la sospensione di Schengen non sia un provvedimento contro Madrid ma «una scelta di natura cautelare e organizzativa». Ma il ministro dell’Interno non manca di rinfacciare come invece, quando nel 2023 (a governo Meloni appena insediato) fu Lampedusa a dover far fronte a un numero di sbarchi importante, l’Italia non ricevette dall’Europa la solidarietà attesa. «Conosciamo perfettamente cosa significhi trovarsi in prima linea, come avvenuto nel 2023 a Lampedusa. E lasciatemi dire con franchezza che in quell’occasione l’Italia non ricevette la necessaria solidarietà che ci saremmo aspettati. Al contrario, registrammo da più parti pressioni volte a evitare che si verificassero i cosiddetti movimenti secondari, lasciando il peso dell’accoglienza iniziale interamente sulle nostre spalle». E ancora: davanti agli altri ministri dell’Interno Ue, Piantedosi rinnova la sua battaglia contro le Ong «che raccolgono migranti nel Mediterraneo per condurli nei nostri porti» e riserva una citazione a Matteo Salvini che scalpita per prendere il suo posto, ricordando il processo da lui subito per «il rigore profuso nel difendere i confini». Evita però di parlare delle politiche del governo socialista spagnolo, vedi la regolarizzazione di mezzo milione di migranti, come «pull factor», fattore d’attrazione.

Sugli hub insiste: tocca «superare i vecchi tabù ideologici per sperimentare soluzioni innovative nella gestione dei flussi migratori». Ma appunto la commissione svicola sul tema nelle sue conclusioni. Ecco perché al governo insistono su un altro passaggio del discorso di Piantedosi: la proposta di utilizzare la leva economica nei confronti dei Paesi terzi che non collaborano nel contrasto all’immigrazione irregolare e ai rimpatri, cominciando con il rivalutare i partenariati strategici con la Ue alla luce dei livelli di collaborazione offerti. «Non possiamo più permetterci – la posizione espressa da Piantedosi, che cita proprio il Marocco, punzecchiata alla Spagna – che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione sulla migrazione». È un escamotage comunicativo forse efficace, ma a livello politico l’Ue ha già varato la riforma del sistema Gsp+, che introduce un meccanismo che lega l’erogazione dei fondi comunitari per i Paesi in via di sviluppo agli accordi per i rimpatri. Una riforma già chiusa e che entrerà in vigore a brevissimo, da gennaio 2027.

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