Il Melonellum è stato approvato dall’aula del Senato con 113 voti a favore, 71 voti contrari e 2 astenuti. Ora continua la sua corsa verso la Camera, dove la maggioranza può stare meno tranquilla. Per l’approvazione finale, blindata dalla fiducia, le opposizioni chiederanno il voto segreto. Nella speranza di replicare l’inciampo di luglio, quando i “franchi tiratori” hanno affossato l’emendamento sulle preferenze del centrodestra. A Palazzo Madama il disegno di legge è stato modificato. Ecco come arriva a Montecitorio.
L’impianto
Il Melonellum è una legge elettorale proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza. Di base, i partiti ottengono un numero di seggi corrispondente alla percentuale di voti che hanno guadagnato alle urne. Con una variabile decisiva: la coalizione che raggiunge il 42% dei consensi in entrambe le Camere ottiene un bonus extra di 70 deputati e 35 senatori. Per chi incassa il premio, è comunque previsto un tetto massimo di 220 seggi alla Camera (il 55% su 400) e di 113 al Senato (il 56,5% di 200). Al netto delle circoscrizioni Estero.
Se nessuna coalizione tocca il 42% in entrambe le Camere, la suddivisione dei seggi è esclusivamente proporzionale. Quando depositano simboli e programmi al Viminale, le forze politiche hanno l’obbligo di indicare il candidato o la candidata presidente del Consiglio che intendono proporre al capo dello Stato. Le liste che si presentano in coalizione devono esprimere lo stesso nome.
Le preferenze
Per il centrodestra è stato il capitolo più travagliato nella scrittura del Melonellum. Lega e Forza Italia non le volevano. La premier, in qualche forma, sì. A luglio alla Camera sono state affossate nel voto segreto dell’assemblea. Trattativa dopo trattativa, la maggioranza ha raggiunto un accordo su un modello “morbido”, che lascia comunque alle segreterie gran parte del potere decisionale. L’elettore si troverà sulla scheda un capolista bloccato e sotto una lista di sei nomi prestampati stabiliti dai partiti. Tra quei sei, ne può indicare tre con una crocetta. La possibilità di scelta del cittadino è quindi limitata. Tanto più se si considera che salvo i grandi partiti – Pd e FdI – gli altri eleggeranno soprattutto i capilista. Blindati. La modifica è stata approvata al Senato. Le opposizioni, per mettere in difficoltà il centrodestra, a Palazzo Madama hanno proposto un sistema alternativo di preferenze libere senza capilista. Ma è stato bocciato.
L’alternanza di genere
Nella scelta dei capilista bloccati i partiti non sono obbligati a rispettare l’equilibrio di genere. L’alternanza uomo/donna interviene dal secondo candidato in lista. La differenza è evidente: il primo è un seggio certo o probabile, gli altri sono sottoposti all’incerta sfida delle preferenze. Le quote 60/40 verranno invece considerate nel listone del premio che scatta solo per chi vince. Chi è nel listone, deve anche candidarsi come capolista in un collegio. Ma anche questo incide poco. In via teorica, una coalizione potrebbe anche candidare nei posti sicuri solo 28 donne alla Camera e 14 al Senato.
Le soglie di sbarramento
Per entrare in Parlamento, una forza politica deve ottenere almeno il 3%. C’è un’eccezione importante. La regola del “miglior perdente”: in ogni coalizione che supera il 10%, viene ammessa al riparto dei seggi anche la lista più votata tra quelle della coalizione rimaste sotto il 3%. Un esempio. Poniamo che il centrodestra faccia il bis e vinca con il 42% di voti. Se Noi Moderati di Maurizio Lupi arrivasse al 2% e l’Udc di Lorenzo Cesa all’1,9%, solo il primo verrebbe ripescato.
Alla Camera, a luglio, grazie a un emendamento del forzista Paolo Emilio Russo, era stata introdotta nella legge elettorale una norma cosiddetta “anti-cespugli” o “anti-frammentazione”. Prevedeva che i voti delle liste sotto il 3% non contribuissero all’assegnazione del premio, fatta eccezione per il “miglior perdente”. Per capire il meccanismo, immaginiamo una coalizione al 43% che ha due liste sotto il 3%, una al 2% e l’altra all’1,9%. La prima viene ripescata, mentre i voti della seconda non solo non diventano seggi, ma non vengono proprio conteggiati. Il totale della coalizione scenderebbe al 41,1%.
Questa norma, alla fine, è stata cancellata da un emendamento del centrodestra al Senato. È stato stabilito che non ci sia nessuna soglia. Anche i voti di una forza politica allo 0,7% _ per fare un esempio – saranno conteggiati nel totale della coalizione (ma il partitino non otterrà seggi). L’indicazione, secondo fonti della maggioranza, sarebbe arrivata dal Colle: in un sistema che mette in palio un grosso premio, anche uno 0,1% può condizionare la vittoria dell’una o l’altra coalizione.
Le firme
Saltata qualsiasi soglia anti-frammentazione, per disincentivare l’affollamento le liste-civetta il centrodestra ha quadruplicato il numero di firme da raccogliere per le formazioni che non siano già presenti in Parlamento: si passa da 1500 a 6mila sottoscrizione da raccogliere in ognuno dei 49 collegi. Per un totale monstre di circa 300mila firme. È una delle ultime misure approvate dal Senato, a partire da un emendamento di FdI riformulato dal governo. L’ipotesi iniziale, poi rivista dalla maggioranza, prevedeva una cifra addirittura più alta, 9mila per collegio. Le opposizioni sono sul piede di guerra. In particolare il M5S che ha cuore il futuro di Progetto Civico per l’Italia, la creatura dell’assessore capitolino Alessandro Onorato, oggi non presente in Parlamento ma con l’ambizione di entrare a far parte del campo progressista.
La nuova misura non tocca il neo-nato partito di Roberto Vannacci. Perché? Futuro nazionale è già presente in Parlamento, ha una componente nel gruppo Misto alla Camera. Non è abbastanza per essere completamente esentato, come accade per chi invece ha già in Parlamento un gruppo (per il quale servono 20 eletti alla Camera e 6 al Senato). La lista, come +Europa, dovrà quindi raccogliere tra le 1500 e 2000 firme per collegio, per un totale di circa 130-150mila firme.
Circoscrizione estero
Il Melonellum ridisegna le circoscrizione Estero. Oggi il voto degli italiani fuori dall’Italia è suddiviso, sia alla Camera sia al Senato, in quattro ripartizioni geografiche: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, Africa-Asia-Oceania-Antartide. Le quattro aree attuali vengono ridotte: alla Camera diventano due, Europa e Americhe-Asia-Oceania-Antartide. Al Senato ce n’è sarà addirittura una sola, Estero. Un solo eletto per rappresentare tutto il mondo.





