Si colora di tinte sempre più fosche il quadro indiziario a carico di Lorenzo Diana. Su quello che un tempo (lontano) appariva un paladino della legalità fioccano le accuse di pentiti, imprenditori e politici. L’ultimo macigno in ordine di tempo lo ha scagliato Angelo Brancaccio. L’ex sindaco di Orta di Atella, ai domiciliari da quasi un anno per l’inchiesta sulla “Gmc”, ha dichiarato al pool della Dda di Napoli di aver consegnato a Diana una tangente di 25mila euro. La vicenda era già emersa nel corso del processo a Sergio Orsi, imprenditore dei rifiuti, condannato col rito abbreviato a 2 anni e 8 mesi proprio nel procedimento sulla “Gmc” e fratello di Michele, ucciso nel 2008 dall’ala stragista dei Casalesi capeggiata da Giuseppe Setola. Nel corso del processo Sergio Orsi ha sostenuto di aver consegnato, attraverso un intermediario, 25mila euro in contanti all’ex senatore Diana per ottenere ”una copertura istituzionale” garantita dal fatto che il parlamentare fosse ”il soggetto politico di riferimento sul fronte antimafia”. L’intermediario, per sua stessa ammissione, fu Brancaccio. Che ricostruisce l’episodio al pool anticamorra guidato dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dai pm Alessandro D’Alessio, Catello Maresca e Maurizio Giordano. “Siamo a marzo del 2005 – dice l’ex sindaco di Orta di Atella -, nei pressi di un bar di fronte casa di Diana, era un giorno festivo. Orsi mi chiese di portare una busta contenente dei soldi che io non contai, ma che lui mi disse essere 25mila euro destinati a sostenere non meglio indicate spese elettorali vecchie per Diana. Misi la busta all’interno di un mio borsello, lo portai a casa di Diana, io ero in compagnia di mia moglie. Mi appartai con Diana, andammo su una mansarda, all’interno del suo studio, aprii la busta che conteneva i soldi. In quella circostanza, fu lo stesso Diana a dirmi che si trattava di un contributo che avrebbe utilizzato per saldare un vecchio debito per spese sostenute per la precedente campagna elettorale a San Cipriano di Aversa, relativamente ad un pranzo fatto nel ristorante Il Tempio a Casapesenna, ed al compenso per il cantante napoletano Gigi Finizio (totalmente estraneo a questa vicenda, ndr)”. Dichiarazioni devastanti per l’immagine già fortemente compromessa di Diana, ex esponente della commissione parlamentare antimafia per anni considerato un simbolo della lotta alla camorra in provincia di Caserta.

L’ex parlamentare è coinvolto in una tranche delle indagini sugli appalti nel Casertano (lavori di metanizzazione alla Cpl Concordia e altre opere pubbliche). Ad accusarlo ci sono diversi pentiti. Il più “autorevole” è Antonio Iovine “o’ ninno”, che per decenni è stato uno dei capi dei Casalesi assieme a Francesco Schiavone, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti. Ora Diana deve difendersi anche dall’accusa di aver intascato una mazzetta da 25mila euro. Non sarà facile. Il racconto di Orsi e Brancaccio coincide in tutto e per tutto. Ed è avvalorato, secondo i pm della Dda, da altri elementi che dimostrerebbero le “cointeressenze” tra Diana, l’imprenditore e l’ex primo cittadino ortese. Alcune delle quali sarebbero emerse dai 2500 fascicoli sequestrati a Diana nel novembre 2015 e contenenti segnalazioni per appalti, richieste di raccomandazioni di vario genere, anche da parte di persone vicine a esponenti dei Casalesi, alcune andate a buon fine, altre rimaste senza esito. Il sequestro fu disposto nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte collusioni per gli appalti alla Cpl Concordia. Concorso esterno in associazione mafiosa è l’ipotesi di reato formulata a carico di Diana e dell’ex sindaco di San Cipriano d’Aversa Angelo Reccia per presunti accordi per affidare l’esecuzione di lavori a imprese legate ai vertici del clan. Diana avrebbe avuto un ruolo di ”facilitatore” degli accordi tra coop e clan, attivandosi presso le amministrazioni locali e per far sbloccare le delibere dei comuni commissariati. I fatti ipotizzati si riferiscono a un periodo fino al 2007. Tra le richieste di raccomandazioni – molte delle quali non andate in porto – vi sarebbero quelle di un uomo legato a Iovine, la richiesta di Generoso Restina, un complice del super boss Michele Zagaria (che ne avrebbe favorito la latitanza come custode e vivandiere) per essere assunto come vigile urbano dal comune di Aversa. Tra le carte sequestrate dai carabinieri anche lo schema di una cessione ai privati di diversi lotti di un ex deposito militare i cui lavori di riqualificazioni furono eseguiti da Agrorinasce, consorzio che gestisce i patrimoni confiscati. Alcuni lotti, da quanto emerge dal fascicolo, sarebbero stati ceduti a una ditta di una perente di Zagaria, a un cognato di Diana, e a un familiare di Reccia.

Nella fotografia scattata dalla Dda di Napoli l’ex senatore Diana ha un doppio volto. In pubblico paladino dell’anticamorra. In privato si “faceva i fatti suoi”. Dottor Jekyll e mister Hyde. Una doppiezza affiorata quando fu svelato il progetto di attentato ordito dai Casalesi nei suoi confronti. Da allora l’ex parlamentare avrebbe sfruttato l’occasione per ingaggiare una finta guerra contro il clan. Un personaggio “costruito” ad arte. Secondo i pm, Diana a parole si schierava contro la criminalità organizzata, anche con dure prese di posizione, ma nei fatti aveva un atteggiamento “morbido”. Nella sua attività politica non ostacolava la cosca. Un doppio comportamento che gli sarebbe servito per fare carriera politica. Essere diventato paladino della legalità gli è stato utile per diventare un punto di riferimento dei vertici nazionali prima del Pds, poi dei Ds (e una citazione in “Gomorra” di Roberto Saviano). È stato per anni “comodamente” seduto sugli scranni del Parlamento (Camera e Senato), fino a ricoprire la carica di Segretario della Commissione Antimafia. La doppia faccia di Diana emerge dalle carte in mano agli inquirenti che stanno indagando sugli appalti concessi alla Cpl Concordia per la metanizzazione a Ischia e nell’Agro aversano. E addirittura sarebbe saltato fuori che la moglie di Diana, Rita Caterino, si sarebbe rivolta ai parenti (in odore di camorra) durante la campagna elettorale del marito alle regionali del 2010. L’ex deputato era candidato nella lista dei “duri e puri” (che poi non si sono rivelati tali) dell’Idv. Parole e fatti concreti non coincidono. L’uomo pubblico e quello privato sono diversi. Apparire ed essere. Una differenza colossale. La lotta anticamorra per opportunismo. Lui si difende. Nega ogni accusa. Fino a prova contraria è innocente. Ma la sua immagine non è più cristallina come un tempo. È a due facce.

Mario De Michele

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui