La locuzione latina “Requiescat in pace”, in italiano (che egli-ella) riposi in pace, spesso abbreviata in Rip, non vale per i defunti seppelliti nel cimitero comunale di Sant’Arpino. Sotto gli occhi tutti, vivi e morti, è spuntata una cappella che sporge di oltre un metro rispetto al perimetro di tutte le altre. Al punto che invade il marciapiede (guarda le foto). L’opera è stata realizzata sulla scorta di un permesso di costruire ottenuto dalla famiglia Spuma. Prima degli esposti di alcuni cittadini nessuno si è accorto di nulla. Poi finalmente il Comune ha ordinato la demolizione della parte difforme alla concessione. Bene, vi starete dicendo. Purtroppo no. Il provvedimento risale a circa tre mesi fa. Da allora nulla si è mosso.

Secondo i titolari del permesso, che contestano l’ordinanza dell’Ente, l’opera sarebbe conforme alla licenzia edilizia rilasciata dall’ufficio preposto. Ma l’amministrazione comunale non ha voluto sentire ragioni. Voci di corridoio riferiscono che per ripicca i tecnici della famiglia Spuma dopo aver effettuato “in proprio” delle verifiche all’’interno del cimitero avrebbero segnalato una serie di abusi commessi addirittura da parenti stretti di amministratori di primissimo piano della maggioranza. È forse questo il motivo per cui l’ordinanza di abbattimento è rimasta solo sulla carta? “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, soleva dire Giulio Andreotti che di peccati ne ha commessi, eccome. Non vorremmo che una delle sue celebri massime calzi a pennello nel caso della cappella abusiva nel cimitero di Sant’Arpino.

Mario De Michele

 

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