Valter Lavitola resta in carcere. Il gip ha respinto la richiesta del suo avvocato, che sperava negli arresti domiciliari dopo le ammissioni esternate ieri davanti ai magistrati di Roma. Scrive Moricca nell’ordinanza: “Le sue sono dichiarazioni fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”.
La confessione
L’indagato infatti ha ammesso le sue responsabilità, ha spiegato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci. Ma ha anche sottolineato le sue intenzioni: non voleva fare una strage, anzi, non voleva proprio fare esplodere una bomba sotto casa del suo amico giornalista. Perchè l’attentato a Sigfrido Ranucci doveva avere “modalità diverse”. O almeno è questo che ha sostenuto Valter Lavitola davanti ai magistrati che lo hanno interrogato. Il faccendiere riemerso dalla Seconda Repubblica avrebbe sostenuto di aver ordinato agli autori materiali dell’attentato “solo” di esplodere “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta del conduttore di Report a Pomezia, centro vicino Roma: non dunque una bomba. Ma la faccenda, avrebbe detto ieri l’ex editore dell’Avanti!, avrebbe preso un’altra piega, sarebbe sfuggita di mano. Una spiegazione che, unita alla confessione, non ha convinto il giudice. Lavitola resta in cella.
Lavitola voleva far credere che Ranucci fosse più in pericolo di quanto non lo sia già, e una bomba, era un mezzo appropriato. Scrive il gip, “è certo che l’atto avrebbe dovuto indurre la vittima a ritenere che si trattasse di un atto intimidatorio di stampo mafioso per poter suscitare indignazione nell’opinione pubblica e accrescere la popolarità del giornalista, sicché è certo che anche le modalità del fatto dovevano essere idonee a dimostrare la potenzialità omicidiaria, quantomeno in relazione al mezzo utilizzato e indurre gli stessi investigatori a ricercare i colpevoli in organizzazioni criminali di tipo mafioso”.
Però lo stesso gip, e questo è un altro dato, scrive che non voleva fare del male: “In primo luogo, deve evidenziarsi che, nel caso di specie, anche le modalità di collocazione dell’ordigno non consentono di acclarare la finalità di uccidere. Dal fascicolo fotografico in atti, si evince che l’abitazione di Sigfrido Ranucci non è posta a ridosso del muro di cinta, oltre il quale erano parcheggiate le autovetture, sicché neppure si può ritenere che la finalità di uccidere possa ricavarsi dalla prevedibilità che l’esplosione si estendesse all’abitazione”.





