“Sono io il mandante”. Valter Lavitola ha confessato. “L’ho fatto per proteggere Sigfrido. Così ha ottenuto una scorta più forte per proteggerlo da eventuali attentati”. Questo ciò che ha detto il faccendiere al pm Edoardo De Santis, così come affermato dal suo legale Sergio Cola al termine di un interrogatorio fiume iniziato alle 12 nel carcere di Rebibbia e finito alle 17.30. No comment invece da parte del legale sull’eventuale consapevolezza del conduttore di Report nella vicenda.
La confessione
“Nessun movente politico – ha aggiunto l’avvocato – anche se di fatto l’attentato, ma non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità” di Ranucci. “Ranucci – precisa il legale – aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori – secondo il modo di vedere di Lavitola erano pericolosissimi – lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo”. Senza sbilanciarsi però sul conduttore di Report e dunque senza dire se, a detta di Lavitola, fosse a conoscenza del proposito dell’amico: “Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi”. “Ho fatto istanza per chiedere, per il mio assistito, una misura cautelare meno afflittiva come gli arresti domiciliari”, ha concluso l’avvocato Cola.
La reazione
“La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno”. A parlare è l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci. “Così come la popolarità del conduttore di Report era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi – aggiunge – se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”
L’attesa
L’ex direttore dell’Avanti, il faccendiere che per anni ha attraversato politica, affari e inchieste giudiziarie, da due giorni è tornato in carcere. Questa volta con la nuova pesantissima accusa: essere il mandante della bomba piazzata sotto casa del suo amico Sigfrido Ranucci. Poco prima delle 12 nel penitenziario romano è entrato il suo avvocato, il penalista campano Sergio Cola. Aveva spiegato che prima di presentarsi davanti al gip avrebbe voluto parlare con il suo assistito. C’era da decidere soprattutto una cosa: tacere, rispondere alle domande oppure affidarsi a dichiarazioni spontanee. È il primo confronto di Lavitola con i magistrati dopo l’arresto e soprattutto la prima occasione per lui di raccontare la sua versione.
L’inchiesta
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, sarebbe stato lui ad affidare a Clesio Tavares Gomes — conosciuto anni fa durante la detenzione e oggi ricercato — l’incarico di organizzare l’attentato contro Ranucci. Non per colpirlo, sostiene il gip, ma per ottenere l’effetto opposto. La bomba avrebbe dovuto trasformare il giornalista in un bersaglio riconoscibile, accrescerne la popolarità e rafforzarne la posizione mentre attorno a Report si muovevano iniziative per estrometterlo dalla trasmissione. Sullo sfondo, nella ricostruzione giudiziaria, c’è anche il progetto di una futura discesa in politica del conduttore, alla quale Lavitola avrebbe lavorato almeno dal 2024, immaginando per sé un ruolo di rilievo.





