Non voleva fare una strage, anzi, non voleva proprio fare esplodere una bomba sotto casa del suo amico giornalista. Perchè l’attentato a Sigfrido Ranucci doveva avere “modalità diverse”. O almeno è questo che ha sostenuto Valter Lavitola davanti ai magistrati che lo hanno interrogato. I faccendiere riemerso dalla Seconda Repubblica avrebbe sostenuto di aver ordinato agli autori materiali dell’attentato “solo” di esplodere “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta del conduttore di Report a Pomezia, centro vicino Roma: non dunque una bomba. Ma la faccenda, avrebbe detto ieri l’ex editore dell’Avanti!, avrebbe preso un’altra piega, sarebbe sfuggita di mano.
Non voleva fare una strage, anzi, non voleva proprio fare esplodere una bomba sotto casa del suo amico giornalista. Perché l’attentato a Sigfrido Ranucci doveva avere “modalità diverse”. O almeno è questo che ha sostenuto Valter Lavitola davanti ai magistrati che lo hanno interrogato. Il faccendiere riemerso dalla Seconda Repubblica avrebbe sostenuto di aver ordinato agli autori materiali dell’attentato “solo” di esplodere “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta del conduttore di Report a Pomezia, centro vicino Roma: non dunque una bomba. Ma la faccenda, avrebbe detto ieri l’ex editore dell’Avanti!, avrebbe preso un’altra piega, sarebbe sfuggita di mano.
Dopo il blitz dinamitardo dell’ottobre scorso – in base a quanto si apprende – l’indagato non avrebbe comunque avuto nulla da ridire ritenendo lo scoppio di un ordigno rudimentale comunque di “valore dimostrativo”. Lavitola voleva far credere che Ranucci fosse più in pericolo di quanto non lo sia già. Scrive il gip:“è certo che l’atto avrebbe dovuto indurre la vittima a ritenere che si trattasse di un atto intimidatorio di stampo mafioso per poter suscitare indignazione nell’opinione pubblica e accrescere la popolarità del giornalista”.
Però lo stesso gip, e questo è un altro dato, scrive che non voleva fare del male: “In primo luogo, deve evidenziarsi che, nel caso di specie, anche le modalità di collocazione dell’ordigno non consentono di acclarare la finalità di uccidere. Dal fascicolo fotografico in atti, si evince che l’abitazione di Sigfrido Ranucci non è posta a ridosso del muro di cinta, oltre il quale erano parcheggiate le autovetture, sicchè neppure si può ritenere che la finalità di uccidere possa ricavarsi dalla prevedibilità che l’esplosione si estendesse all’abitazione”.
Intanto la Procura di Roma ha fatto sapere che darà parere negativo in merito alla richiesta di domiciliari avanzata ieri al gip dal difensore di Lavitola al termine dell’interrogatorio di garanzia durante il quale ha confessato di essere il mandante dell’attentato al giornalista. La richiesta dell’avvocato Sergio Cola si basa sulla “ammissione di responsabilità” di Lavitola e la conseguente collaborazione con gli inquirenti. Inoltre per il legale mancherebbe a questo punto il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga. Il giudice potrebbe decidere oggi.





