L’ondata di caldo più lunga di sempre si appresta a finire. Venderà cara la pelle però. Nell’arretrare di pochi gradi questa settimana tornerà nel range di temperatura medio, abbandonando i 5-6 gradi oltre la norma che ci accompagnano in alcune zone da fine giugno. Gli scienziati la chiamano “anomalia positiva”. Sulle cartine è associata a quel rosso intenso che macchia terre e mari. Da mesi tiene 100-150 milioni di persone in Europa a più di 35 gradi di giorno e più di 25 la notte.
Per il sistema statistico EuroMomo ha causato 10mila vittime nel continente solo nell’ultima settimana di giugno. È talmente persistente da aver fatto perdere senso al termine ondata e talmente intensa da aver praticamente messo al collo del 2026 la medaglia di anno più caldo dall’inizio delle misurazioni (il sistema europeo di rilevazione del clima Copernicus prende come riferimento il 1850).
Secondo la Columbia University, che ospita un programma sul cambiamento climatico, basta che da qui alla fine dell’anno si registrino temperature normali per raggiungere il primato. Non durerà molto però. Se dalla primavera El Niño ha iniziato a scaldare i motori, a partire dall’autunno la corrente calda che periodicamente fa aumentare le temperature del Pacifico spiegherà le ali.
La Noaa, l’ente americano che monitora il clima, prevede «un’intensità storica». Se di solito l’acqua si riscalda di uno o due gradi, a dicembre raggiungerà i quattro. Sull’onda del Niño, il 2027 è pronto a strappare lo scettro al 2026. È una gara in famiglia, comunque. Il primato attuale appartiene al 2024 e i primi 11 posti in classifica sono occupati dagli ultimi 11 anni. Uno studio condotto da Cnr e università dell’Aquila ha osservato che il riscaldamento climatico è in accelerazione. Dal 2013-2014 la temperatura media globale è passata da 0,17 gradi a 0,4 gradi in più per ogni decennio.
Può sembrare controintuitivo che una manciata di gradi aggiuntivi nel Pacifico stia rendendo così invivibile l’estate europea. Il mare in realtà, ha osservato il servizio marino di Copernicus, si sta riscaldando non solo in superficie, ma anche a due chilometri di profondità. Se pensiamo al gas necessario per far bollire l’acqua della pasta, immaginiamo quanto calore serva a riscaldare gli oceani interi del pianeta. I mari, sempre secondo Copernicus, assorbono il 90% del calore in eccesso del la Terra e lo cedono solo lentamente. Impediscono alle temperature di abbassarsi di notte e d’inverno. Sono un conto in banca che ci garantisce anni futuri di caldo.
A rimpinguare il conto, in ogni caso, ci sono le emissioni di gas serra, ancora in aumento. Lo ha confermato una settimana fa il rapporto “State of the Climate 2025”. Redatto da 625 scienziati di 60 paesi, è un check up annuale della salute climatica del pianeta. L’anno passato (mitigato dalla Niña, la corrente fresca che si alterna al Niño) ha registrato un nuovo record di gas serra emessi nell’atmosfera. Una ricerca sul clima antico dell’università del Cincinnati ha scoperto che 300 milioni di anni fa, per colpa delle eruzioni, l’anidride carbonica era aumentata di 400 parti per milione (ma nel corso di centinaia di migliaia di anni, non di un secolo e mezzo). La Terra si era riscaldata di 7 gradi: una temperatura difficilmente sopportabile per gli esseri umani.
L’anidride carbonica che intrappola i raggi del Sole e ne impedisce la dispersione nello spazio, paradossalmente, sta rendendo anche la Terra più scura. L’albedo, la quota di energia del Sole che viene riflessa al di là dell’atmosfera, sta diminuendo proprio perché aumenta la quota intrappolata dai gas serra e assorbita dal pianeta, quella che ci riscalda. Lo misura dalla fine degli anni ’90 il programma Ceres della Nasa.





