Furto dei capolavori di Antonello da Messina: l’allarme in ritardo e i misteri del colpo al Museo

Un furto su commissione, probabilmente finanziato da collezionisti stranieri pronti a sborsare cifre a sei zeri pur di avere in salotto i due capolavori di Antonello da Messina. È questa la pista principale battuta dagli investigatori della squadra mobile guidata da Simone Scalzo e dai carabinieri del nucleo tutela beni culturali che sono stati incaricati dalla procura di Messina. Al momento il fascicolo per furto pluriaggravato di opere d’arte è a carico di ignoti. Da Roma è in arrivo un gruppo di esperti del reparto specializzato dell’Arma per supportare i colleghi siciliani. Carabinieri che conoscono bene le reti internazionali di trafficanti d’opere d’arte e con un database delle bande di ladri più importanti.

Inestimabile il valore del Polittico di San Gregorio, mentre la tavoletta bifronte con la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione davanti e dietro un Cristo in Pietà vale circa 15 milioni di euro. una simile è stata pagata tanto dal Ministero della Cultura. Quella rubata a Messina è stata acquistata 23 anni fa dalla Regione siciliana per 220 mila sterline dalla casa d’aste Christie’s. Un colpo da decine di milioni di euro nella migliore delle ipotesi.

L’attenzione degli inquirenti in questa prima fase è sulle vie di fuga, sui possibili nascondigli dove custodire le opere trafugate in attesa che si calmino le acque e sul mondo dei ricettatori internazionali di opere d’arte. Ma quest’ultima ipotesi è la più remota. Per gli inquirenti i ladri non hanno alcuna intenzione di vendere il Polittico e la tavoletta bifronte nel mercato nero delle opere d’arte. Troppo il valore, troppi i rischi anche per il più bravo dei ricettatori. «Un Antonello da Messina non si piazza, lo si è già piazzato ancora prima di pianificare il furto» commenta un investigatore del Nucleo tutela beni culturali dell’Arma.

L’ipotesi di un basista che abbia agevolato la banda (anche solo ritardando l’allarme) è qualcosa più di una suggestione. Il fatto che siano stati gli agenti delle volanti ad avvisare i custodi del furto del secolo appena subito, è un aspetto che merita molta attenzione. Cosa stavano facendo in quattro nella stanza mentre sui monitor passavano le immagini dei due ladri in azione?

Se non fosse per il mistero delle due tavole lasciate sul marciapiede (che dal punto di vista criminale rende il furto una disfatta), il colpo al MuMe è stato studiato nei minimi particolari: la banda, almeno quattro persone, ha scelto il momento più propizio, la sera di Ferragosto con la processione della Vara in corso nel cuore di Messina e tutte le forze dell’ordine impegnate nell’ordine pubblico. Ha studiato tutte le vie di fuga: dagli imbarchi del porto con traghetti ogni venti minuti per la Calabria, ai porticcioli turistici dove poter raggiungere in motoscafo Gioia Tauro in meno di due ore, all’autostrada per Catania o Palermo a meno di un chilometro. Posizione perfetta per dileguarsi in tutta sicurezza.

La banda ha effettuato sopralluoghi, conosceva il tipo di allarmi del museo, i tempi e le capacità di reazione dei custodi. Sicuramente ha contato sul fatto che il museo non aveva ancora subito un furto. E allora resta il grande interrogativo: perché abbandonare le due tavole che rendono di fatto il furto inutile (sempre nell’ottica del committente). Cosa ha spinto una banda esperta a lasciarle sul marciapiede?

La risposta è nelle immagini delle telecamere sul perimetro del museo. Gli investigatori le stanno visionando da sabato notte per capire cosa ha disturbato i ladri e come sono fuggiti. Per tutta la giornata di ieri polizia e carabinieri hanno passato al setaccio le auto, furgoni e mezzi pesanti che si imbarcavano verso Reggio Calabria. L’allerta è stata estesa a tutti i porti del Sud Italia raggiungibili con un motoscafo. Controlli sono scattati alle imbarcazioni in rada e nei porticcioli turistici della zona. Ma non si esclude che le opere siano ancora in Sicilia. Per questo sono stati intensificati i controlli alle barriere autostradali in uscita da Messina verso Catania e verso Palermo. La banda potrebbe infatti attendere che si calmino le acque e si allenti la morsa dei controlli in un nascondiglio sui Nebrodi o nell’interno della Sicilia.

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