Patto Ue, oltre 10mila richiedenti asilo potrebbero tornare in Italia: nodo dublinanti

Forte dell’accordo siglato a dicembre, insieme alla Grecia, con Francia e Germania, e del ruolo di capofila nel portare al sognato traguardo la stretta europea sui flussi migratori, l’Italia probabilmente pensava di aver chiuso definitivamente la partita dei dublinanti lasciando oltre confine quegli 80.000 migranti a cui negli ultimi tre anni il governo Meloni ha chiuso unilateralmente le porte. E invece, uno dopo l’altro, ognuno alle prese con i problemi di politica interni, i 27 stanno alzando la testa, pronti a riprovare a rimandarci indietro almeno le persone per le quali già nel 2025 l’Italia aveva ricevuto richiesta (ovviamente inevasa). Proprio perché le nuove regole europee entrate in vigore il 12 giugno rendono più immediati i trasferimenti. Ed ecco dunque che, ben prima del previsto, la presunta solidarietà europea sembra pronta ad infrangersi su quel Patto Ue Asilo e migrazione che, oltre ogni facile propaganda, minaccia di rivelarsi un grande boomerang per l’Italia che, in una stagione di flussi assai ridotti, rischia di vedersi arrivare da oltre confine più migranti di quelli che arrivano via mare.

Quanti potrebbero realmente essere i dublinanti di ritorno è difficile stimarlo. Potrebbero anche essere 10.000 se si fa riferimento alle oltre 24.000 richieste di trasferimento di dublinanti registrate da Eurostat nel 2025. Di queste, 14.000 (il numero maggiore) provengono da Germania e Francia e dunque, grazie all’accordo siglato dal ministro dell’Interno Piantedosi l’8 dicembre, si intendono azzerate. Ma ne restano pendenti altre 10.000 e i Paesi di provenienza con più richieste sono proprio quelli che si stanno facendo vivi in queste ore: la Svizzera (con 3.612 richieste), l’Austria (644), la Finlandia (520), il Belgio (1.531), qualche altro centinaio sparso negli altri paesi a cominciare dalla Svezia, da sempre destinazione privilegiata di chi sbarca sulle nostre coste.

Richieste a cui l’Italia è pronta a resistere invocando l’interpretazione proposta dal Viminale per cui, singoli casi a parte, le nuove regole (comprese quelle che facilitano i trasferimenti dei dublinanti) vanno applicate a partire dal 12 giugno. Partendo dal presupposto, puramente teorico e tutto da dimostrare, che le più stringenti procedure accelerate di frontiera ovviamente a carico dei Paesi di primo approdo dovrebbero ridurre al minimo i cosiddetti movimenti secondari visto che chi riceve rapidamente il diniego al permesso di soggiorno altrettanto rapidamente dovrebbe essere rimpatriato senza avere la possibilità di allontanarsi dalle zone di frontiera esterna della Ue e raggiungere altri Paesi.

Le 12 settimane (tempo entro il quale la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo dovrebbe conoscere l’esito della propria domanda) non sono ancora passate dall’entrata in vigore del nuovo Patto e dunque, come ha spiegato Piantedosi al Comitato Schengen la scorsa settimana, non è ancora possibile fare un bilancio. Due cose però si possono sicuramente dire: l’Italia è il Paese europeo tenuto a processare il maggior numero di procedure accelerate di frontiera (16.000 nel primo anno) e il periodo di responsabilità sulle richieste di asilo dei migranti che sbarcano passa da 12 a 20 mesi, tranne per coloro portati dalle Ong per i quali l’Italia invoca ora un presunto meccanismo di compensazione non previsto dal Patto.

Riuscirà effettivamente l’Italia a rimpatriare nel giro di tre mesi, senza consentire loro di uscire dalle zone di frontiera, i migranti provenienti da Paesi sicuri a cui verrà negato l’asilo? Una prima parziale risposta arriverà con il prossimo monitoraggio della Commissione Ue previsto per metà ottobre. Intanto un’estate con flussi ai minimi storici sta dando sicuramente una mano al Viminale con il rodaggio delle nuove procedure nelle 25 zone di frontiera: poco più di 5.000 sbarchi e 1600 rimpatri dal 12 giugno ad oggi.

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