Nei piani della maggioranza, è l’ultimo giro di modifiche per la nuova legge elettorale. Dopo il via libera del Senato, in programma per martedì 15 settembre, il Melonellum tornerà alla Camera. Ma non ci saranno altri cambiamenti. L’obiettivo del centrodestra è arrivare all’approvazione definitiva ai primi di ottobre con il voto di fiducia. Come sempre: salvo imprevisti. Ecco come funzionerebbe il nuovo sistema elettorale e quali sono le ultime novità.
L’impianto
Il Melonellum è una legge elettorale proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza. Cosa vuol dire? Di base, i partiti ottengono un numero di seggi corrispondente alla percentuale di voti che hanno guadagnato alle urne. Con una variabile decisiva: la coalizione che raggiunge il 42% dei consensi in entrambe le Camere ottiene un bonus extra di 70 deputati e 35 senatori. Per chi incassa il premio, è comunque previsto un tetto massimo di 220 seggi alla Camera (il 55% su 400 deputati) e di 113 al Senato (il 56,5% di 200 senatori). Se nessuna coalizione tocca il 42%, la suddivisione dei seggi è solo proporzionale (per esempio: se un partito ottiene il 20% dei voti, guadagna il 20% dei seggi).
L’indicazione del candidato presidente del consiglio
Quando depositano simboli e programmi al Viminale, le liste hanno l’obbligo di indicare il nome del candidato o della candidata presidente del Consiglio che intendono proporre al capo dello Stato.
Le preferenze
Per il centrodestra è stato il capitolo più travagliato nella scrittura del Melonellum. Lega e Forza Italia non le volevano. La premier, in qualche forma, sì. A luglio alla Camera sono state affossate nel voto segreto. Trattativa dopo trattativa, la maggioranza ha raggiunto un accordo su un modello “morbido”, che lascia comunque alle segreterie gran parte del potere decisionale. L’elettore si troverà sulla scheda un capolista bloccato e sotto una lista di sei nomi prestampati (appunto decisi dai partiti). Tra quei sei, ne può indicare tre con una crocetta. La possibilità di scelta del cittadino è quindi limitata: bisogna considerare che – salvo i grandi partiti, ad oggi Pd e FdI – gli altri eleggeranno soprattutto i capilista. Blindati. La modifica è stata approvata ieri dal Senato. Le opposizioni, per mettere in difficoltà il centrodestra, a Palazzo Madama hanno proposto un sistema alternativo di preferenze libere senza capilista. È stato bocciato.
L’alternanza di genere
Nella scelta dei capilista bloccati i partiti non sono obbligati a rispettare l’equilibrio di genere. L’alternanza uomo/donna interviene dal secondo candidato in lista. La differenza è evidente: il primo è un seggio certo o probabile, gli altri sono sottoposti all’incertezza delle preferenze. Le quote 60/40 andranno invece considerate nel listone del premio che scatta solo per chi vince. Chi è nel listone, deve anche candidarsi come capolista nei collegi. Ma anche questo incide poco. Per capirlo serve un esempio. Poniamo che FI ottenga nel listone del premio 20 candidati per la Camera. Sono obbligati a candidarsi come capilista. Se si rispettano le quote, saranno al massimo 12 uomini e minimo 8 donne. Ma i collegi, per Montecitorio, sono 49. Sui restanti non c’è vincolo. Nulla impedirebbe di mettere nei posti più sicuri 41 uomini e solo 8 donne.
Le soglie di sbarramento
Per entrare in Parlamento, una forza politica deve ottenere almeno il 3%. C’è un’eccezione importante. La norma sul “miglior perdente”: in ogni coalizione che supera il 10%, viene ammessa al riparto dei seggi anche la lista più votata tra quelle della coalizione rimaste sotto il 3%. Un esempio. Poniamo che il centrodestra faccia il bis e vinca con il 42% di voti. Se Noi Moderati di Maurizio Lupi arrivasse al 2% e l’Udc di Lorenzo Cesa all’1,9%, solo il primo verrebbe ripescato.
La norma anti-frammentazione cancellata
Alla Camera, a luglio, grazie a un emendamento del forzista Paolo Emilio Russo, era stata introdotta nella legge elettorale una norma cosiddetta “anti-cespugli” o “anti-frammentazione”. Prevedeva che i voti delle liste sotto il 3% non contribuissero all’assegnazione del premio, fatta eccezione per il “miglior perdente”. Per capire il meccanismo, immaginiamo una coalizione al 43% che ha due liste sotto il 3%, una al 2% e l’altra all’1,9%. La prima viene ripescata, mentre i voti della seconda non solo non diventano seggi, ma non vengono proprio conteggiati. Il totale della coalizione scenderebbe al 41,1%.
Questa norma è stata cancellata da un emendamento del centrodestra al Senato. È stato stabilito che non ci sia nessuna soglia. Anche i voti di una forza politica allo 0,7% saranno conteggiati nel totale della coalizione (ma il partitino non otterrà seggi). L’indicazione, secondo fonti della maggioranza, sarebbe arrivata dal Colle: in un sistema che mette in palio un grosso premio, anche uno 0,1% può condizionare la vittoria dell’una o l’altra coalizione. Per disincentivare l’affollamento dei micro-partiti, il centrodestra ha aumentato in maniera significativa il numero di firme necessarie perché una forza politica possa presentarsi alle Politiche. I partiti non presenti in Parlamento che intendono correre dovranno raccogliere “almeno 9mila e non più di 10mila” firme per collegio. Vorrebbe dire circa 700mila firme a livello nazionale. Una cifra abnorme, che ha aperto una nuova polemica.





