«Altri colossi si uniranno all’Eni. È la logica del mercato. Altrimenti a chi la vendono la benzina?». Così si ragiona, a taccuini chiusi, nella cerchia di Giorgia Meloni. E anche se formalmente da Palazzo Chigi nulla trapela di specifico sugli altri grandi player che potrebbero decidere di autoimporsi un tetto al prezzo del carburante, come ha fatto per primo il cane a sei zampe, chi maneggia il dossier, sia nelle stanze del governo che dentro Fratelli d’Italia, rivolge lo sguardo (e le speranze) soprattutto all’altro grande gruppo dotato di raffinerie in batteria nello Stivale: Ip, che da maggio è passato sotto il controllo della società azera Socar (State Oil Company of Azerbaijan Republic). Meloni ha provato a costruire da tempo un rapporto con il leader azero Ilham Aliyev; proprio a maggio, quando è stato perfezionato l’accordo per il passaggio di proprietà, è stata in missione a Baku, il primo capo del governo italiano a recarsi in visita dal 2013. Anche se ufficialmente, più che all’intreccio delle relazioni politiche, la fiducia dei Fratelli viene ricondotta a ragioni di convenienza: una volta che si è mossa la multinazionale a controllo pubblico guidata da Claudio Descalzi, può innescarsi un effetto a catena. Eni con quasi 4mila stazioni, dispone di poco meno del 20% delle pompe di carburante in Italia. Ip ne ha circa 4.500.
In realtà, guardando a dinamiche simili in altri paesi europei, non è scontato che la mossa di Descalzi, caldeggiata da Meloni, sia replicata a stretto giro di posta. In Francia, quando Total Energy ha calmierato il prezzo della benzina proprio a quota 1,99 euro, gli altri attori del mercato non si sono messi in scia. Ragionamenti che trapelano soprattutto dalla Lega, che da settimane, prima che si muovesse la controllata di San Donato Milanese, chiedeva che proprio i colossi energetici, al pari delle banche, fossero tassati sugli extraprofitti, con le buone o con le cattive, in vista dell’ultima manovra prima delle elezioni politiche. E adesso? Dal Carroccio trapelano sentiti ringraziamenti all’Eni per il beau geste – Descalzi ha un buon rapporto con i leghisti, ad aprile è stato anche ospite alla scuola di formazione del partito diretta da Armando Siri – con una postilla: se altre multinazionali non si accodano, l’idea della tassa può sempre tornare buona. Non a caso il partito di Matteo Salvini ieri è tornato a battere cassa, intanto, al mondo del credito.
La proposta, come noto, subisce però il veto di Forza Italia. Segnale: ieri il segretario azzurro Antonio Tajani, tra le righe, faceva già capire che ogni operazione deve partire dal mercato, senza pensare di imporre ricette che ha definito «dirigiste e stataliste». Anche FdI vorrebbe evitare tasse o una tagliola al prezzo calata dall’alto. A via della Scrofa rivendicano un «approccio diverso» rispetto al metodo leghista. Decisamente meglio il «contributo» concertato con le imprese della tassa secca. E chi si è mossa come Eni, è lo sviluppo del ragionamento, quel contributo l’ha già offerto col prezzo calmierato.
Per Meloni l’impennata della benzina è il grande cruccio che si proietta sulla campagna elettorale ormai alle porte. Da qui l’abolizione del bollo auto, ancora non strutturale, e la «moral suasion» sull’Eni, per un’operazione che libera indirettamente risorse in vista della legge di bilancio. Nello staff della premier sono convinti che la congiuntura non migliorerà in tempo per le Politiche. Si dà per scontato che la misura del cane a sei zampe debba essere prolungata fino a capodanno, visto che Donald Trump ha promesso di riprendere in mano il dossier Iran solo dopo le elezioni di midterm del 3 novembre. E le trattative del tycoon, si è visto, possono trascinarsi a tempo indeterminato.





