Omicidio Chiara Poggi, gli errori e le omissioni dei Ris: un’indagine iniziata subito male

Questa storia parte subito male, malissimo. Sotto una cattiva stella che porterà a dimenticanze, omissioni, errori, sottovalutazioni, sbagli. Lo certifica la recente deposizione ai magistrati di Pavia, dal sapore tragicomico, di Marco Pizzamiglio, che quel 13 agosto 2007, giorno in cui Chiara Poggi trovò la morte massacrata nella villetta di famiglia di Garlasco, è il comandante interinale del Ris di Parma, perché in quel periodo è in vacanza in Brasile il numero uno del reparto: Luciano Garofano, all’epoca tenente colonnello, l’uomo che nelle sue infinite vite diventerà per due volte consulente del nuovo indagato Andrea Sempio e alla fine opinionista televisivo.

“Il problema di Garlasco è stato che è avvenuto contemporaneamente a un grave duplice omicidio a Treviso”, ammette candidamente Pizzamiglio il 25 settembre 2026 davanti all’aggiunto Stefano Civardi e ai carabinieri del nucleo investigativo di Milano che stanno riscrivendo la storia del delitto Poggi. “Il comandante del reparto operativo mi aveva garantito che si dovevano rilevare solo le impronte, quando siamo arrivati lì però ho visto che c’era tantissimo sangue. Non eravamo attrezzati per la biologia”, la triste ammissione dell’allora capo in sostituzione. “Ho aperto e ho visto che c’era un mare di sangue, quindi quello che mi aveva detto il comandante del reparto operativo non era vero”, l’amaro ricordo davanti a investigatori e inquirenti. “Non abbiamo potuto fare il sopralluogo perché appunto non eravamo… eravamo attrezzati per altro. Abbiamo fatto semplicemente solo i rilievi fotografici”, la più inevitabili delle conclusioni, che tra l’altro arriva soltanto dopo una caccia ai giornalisti – “erano pure sugli alberi” – e problemi addirittura per vestirsi.

L’impronta dei Ris e la porta aperta e chiusa
Non esattamente il migliore degli inizi. Eppure, è solo un antipasto di quel che sarà. Anche per lo stesso Pizzamiglio, che infatti, come si legge nel “fascicolo relativo agli accertamenti dattiloscopici” del novembre 2007 firmato dall’allora capitano Aldo Mattei lascerà una sua personalissima impronta sulla scena del delitto. Per la precisione sulla “superficie esterna lato fisso portone ingresso”, dove verrà isolata su “adesivo 2” la “palmare mano destra” dell’ufficiale del Ris. Una firma in piena regola. E la porta di casa Poggi sembra non essere l’unica che in quei giorni viene “manovrata” con una certa leggerezza. Lo stesso trattamento, durante i sopralluoghi, sembra essere riservato alla porta che conduce alle scale che arrivano in cantina: esattamente il punto in cui verrà trovato il cadavere massacrato di Chiara. In una nota dello scorso 11 giugno indirizzata all’aggiunto Stefano Civardi e alle pm della procura di Pavia Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, i carabinieri di Milano sottolineano “alcuni aspetti di natura tecnica emersi dall’esame della scena del crimine” attraverso le foto scattate quei giorni. “In particolare gli aspetti che hanno contraddistinto le attività svolta sulla porta a libro che dà accesso alle scale della taverna” lasciano più di un dubbio. Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima condannato a sedici anni per l’omicidio, ha sempre detto di averla trovata chiusa e di averla aperta, ma – annotano gli investigatori – “successivamente però si è potuto documentare una interazione con la porta, ovviamente ad opera del personale intervenuto”. E così alle 12,37 del 14 agosto è chiusa, diciannove minuti dopo è semichiusa e alle 13 è aperta. Alle 16,19 del 16 agosto, giorno del primo accesso del Ris, è di nuovo aperta. Tutti movimenti che “anche con l’utilizzo dei guanti” implicano, rimarcano i carabinieri, “l’asportazione di materiale genetico e la cancellazione per sovrapposizione di contatti dattiloscopici che potevano eventualmente essere presenti su quella superficie”. E non è tutto. Perché ci sono almeno due operazioni sul pomello di quella stessa porta non registrate agli atti, oltre che una data sbagliata: un verbale, infatti, indica il 5 settembre 2007 come il giorno in cui è stata smontata la porta, che invece è stata “tirata via” il 3 ottobre.

I capelli dimenticati e il pasticcio ninidrina
Altra stanza, altra dimenticanza. Altri errori emersi anni dopo il delitto. Dei quattro capelli neri lunghi, lasciati nel lavandino del bagno e mai repertati – secondo la condanna, lì Stasi si sarebbe lavato “accuratamente” le mani dopo il delitto – si erano già accorti i carabinieri di via Moscova in una informativa spedita il 9 luglio 2020 all’allora procuratore aggiunto Mario Venditti, che bocciò quei sospetti in “21 secondi”. E ancora, i nove frammenti di impronte digitali mai attribuite sul dispender del sapone, o quella proprio dell’ex fidanzato di Chiara: la “3”, del suo mignolo destro, ignorata dagli specialisti di Parma diciannove anni fa ma scoperta dai consulenti della Procura Gianpaolo Iuliano, colonnello del Ris di Messina, e Nicola Caprioli, dattiloscopista. “Tali impronte – avevano messo nero su bianco gli inquirenti – sono del tutto compatibili con la frequentazione della casa da parte di Alberto Stasi fino al 12 agosto e non denotano alcunché se non l’uso del dispenser, non accuratamente lavato”.

Un particolare che mina la certezza che l’assassino (per le sentenze è l’ex bocconiano) si sia lavato in quel lavandino, dove mai vennero trovate tracce di sangue – neanche nel sifone – e dove avevano invece resistito i quattro capelli. L’ipotesi di chi indaga con la convinzione che l’autore del delitto sia Andrea Sempio è che in quel bagno il killer si sia invece specchiato, macchiando il tappetino con la scarpa a pallini, “e forse si è mondato dal sangue della vittima con uno o entrambi gli asciugamani” poi spariti. Ma solo dopo – questa la certezza degli inquirenti – aver lasciato l’impronta della propria mano, l’ormai celebre 33, sulla parete delle scale che portano in cantina. “La parte della traccia completamente priva di creste potenzialmente utili per gli accertamenti dattiloscopici è stata asportata dal muro grattando l’intonaco con un bisturi sterile. La traccia è stata testata con il combur test che ha fornito esito dubbio e con l’Obti test che ha fornito esito negativo”, si legge nella relazione bio-dattilo dell’epoca. Che conferma quindi che l’intonaco fu grattato – non è mai stato ritrovato – e che i test per la presenza di sangue umano non avevano dato successo.

Ma in quella conclusione, secondo la procura di Pavia, c’è quanto meno un errore, se non due. Per i consulenti dell’accusa l’impronta è attribuibile ed è di Sempio per quindici minuzie e un “cluster” di dettagli. Inoltre, secondo uno studio sperimentale depositato dal Racis di Roma su tre diversi tipi di muro imbrattati con sangue e trattati con la ninidrina, “gli esiti negativi della quantificazione del materiale genetico”, così come quelli di diciannove anni fa, “non dimostrano né l’effettiva assenza di sostanza ematica sulle superfici murarie, né l’effettiva assenza di dna a causa dell’effetto inibente del particolato minerale alcalino dell’intonaco”, hanno messo nero su bianco gli esperti. Tradotto: calce e reagente fanno sparire anche il sangue.

La traccia 97F sul muro e la catenina di Chiara
Così come dagli accertamenti quasi sparirono la “N1”, un’orma di piede che, per i consulenti dei pm, indica che l’assassino si fermo a guardare il corpo di Chiara, e il palmo di una mano sinistra nel sangue sul pavimento, oggi descritta così dai carabinieri: “viene impressa per trasferimento una macchia ematica riconducibile ad una mano sinistra aperta e non appartenente alla vittima”. E tanti altri furono i dettagli quanto meno sottovalutati sulla scena del crimine: dall’immondizia – presa in considerazione otto mesi dopo il sequestro ma finita in laboratorio solo nel 2025 – a un tappeto arrotolato in cucina e “mai sottoposto a luminol”, fino ai cucchiaini nel lavandino, le palline di carta sul tavolo e quel portacenere pieno di cenere ma non di mozziconi. Stessa sorte per la traccia “97F”, acquisita sul muro a sinistra scendendo le scale che portano alla cantina: per chi indaga oggi è la prova di un contatto tra la mano insanguinata del killer e la parete, che ben si sposerebbe con “le tracce ematiche presenti sulla spalla sinistra del pigiama della vittima”, come evidenziato dalla “consulenza tecnica” del colonnello Andrea Berti “in merito alla relazione presentata dalla difesa di Andrea Sempio” sulla Bpa. Avrebbe contenuto un profilo misto di sangue, di vittima e carnefice, ma è un altro dei reperti spariti, con mille rimpianti.

Non solo “dimenticanze” sulla scena del crimine, però. Una catenina con un ciondolo a forma di dente di squalo, un ciondolo della cavigliera, alcuni braccialetti e gli orecchini di perle – uno dei quali era stato perso dalla ragazza durante l’aggressione e ritrovato sulle scale – non furono mai analizzati, tanto che il consulente della famiglia Poggi, il criminalista Dario Redaelli, ha annunciato di averli spediti in laboratorio dopo la riapertura dell’indagine, pur con una catena di conservazione compromessa. “Si prende quello che può essere utile all’indagine, non si analizzano cento reperti su una scena ma solo quelli su cui speri di avere un risultato”, aveva abbozzato una difesa in tv l’ex generale Garofano.

L’autopsia senza Dna e le unghie tagliate
E in sede di autopsia non andò meglio, con inevitabili riverberi sull’attività del Ris. Durante l’esame non fu preso il peso del corpo – fondamentale per accertare l’orario della morte –, né fu prelevato il Dna della vittima. Uno dei punti centrali nella deposizione dello scorso 18 settembre del colonnello Alberto Marino del Ris di Parma. “Invece che andare a prendere il profilo, il Dna dal cucchiaino che poi non si sa chi l’ha messo in bocca, la cosa più semplice è prenderlo dal campione di sangue ed estrarre il profilo”, prova a ipotizzare Civardi. “Ma formalmente un campione biologico relativo a Chiara, non mi ricordo se in sede di autopsia era stato preso, e quindi probabilmente abbiamo ritenuto il cucchiaino valido come campione di Chiara perché era raccolto in un contesto, diciamo, investigativo molto chiaro”, è stata la “resa” del responsabile della sezione Biologia a Parma. Che nel 2007, insieme ai colleghi, si arrese anche davanti all’impossibilità di attribuire la traccia di Dna (prelevata con tampone e non sciolta in soluzione) sulle unghie di Chiara. La stessa che oggi – dopo un incidente probatorio – la perita Denise Albani attribuisce, con certezza da “forte” a “moderatamente forte” alla linea maschile Y di Andrea Sempio. Quelle stesse unghie, si legge nella perizia, e non è un dettaglio da poco, vennero tagliate e consegnate in “un contenitore con unghie mano destra” e “un contenitore con unghie mano sinistra”: un particolare che impedisce oggi di dire quale sia il dito con la traccia e se quella stessa traccia sia sopra o sotto le unghie.

Il Dna 0 nascosto e il profilo fantasma
Ma l’ombra più lunga aleggia ora sul Dna di Chiara trovato sui pedali della bici di Alberto Stasi, uno dei pilastri della condanna all’ex fidanzato della vittima. Oggi la Procura analizzando i dati grezzi di quegli accertamenti – per anni richiesti invano dagli avvocati di Stasi – ha scoperto che dopo l’incredibile risultato di 2,78 nanogrammi per microlitro, sospettosamente identico al dato emerso dal cucchiaino, per ben due volte, il giorno dopo, nei laboratori del Ris le analisi su quegli stessi pedali avevano restituito risultato zero. Una cifra che però mai sarebbe stata comunicata alle parti né alla pm dell’epoca Rosa Muscio dal colonnello Alberto Marino, nominato suo consulente, né da Giorgio Portera, genetista oggi volto tv ma all’epoca in forza proprio al Ris. Una sequenza decisamente lunga, quindi, di sviste (come i pezzi di muretto mai repertati nel giardino di casa Poggi), errori (vedi gli interventi maldestri dei carabinieri sul pc di Alberto Stasi, che i Ris non rilevarono) e passi avventati, come la distruzione dei reperti: su tutti il grattato della 33 e l’eluato delle analisi sui pedali, eliminati nel 2016 e cioè sei anni prima dell’ordine arrivato dal tribunale soltanto nel 2022. Ma se qualcosa è sparito, qualcos’altro è rimasto.

Dai vecchi atti è infatti riemerso un profilo psicologico “fantasma” – firmato dalla dottoressa Alessandra Bramante, che però ne ha disconosciuto la paternità in tv – su Alberto Stasi: un documento mai delegato né depositato, all’origine di quell’identikit da “biondino con gli occhi di ghiaccio” che per anni ha tormentato l’ex bocconiano. E forse l’intuizione migliore l’aveva avuta proprio Pizzamiglio: “Avevo privilegiato Garlasco – spiega nella deposizione del mese scorso – e le dico perché avevo privilegiato Garlasco. Perché Treviso c’aveva degli ottimi marescialli… con le palle sotto…e c’era un capo procuratore meraviglioso, e io ho voglia di dirlo questo anche se siamo registrati, non mi interessa, era veramente bravo, ecco. Quindi lì ero tranquillo, tant’è che in due settimane hanno risolto. Invece qui sapevo che il Comando Provinciale di Pavia era così così, con la Procura di Pavia e Vigevano lavoravamo pochissimo e quindi ho detto: “Vado dove penso che ci sia più problema”, ecco”. I problemi, però, si moltiplicarono. E diciannove anni dopo quella storia sembra non essere ancora chiusa.

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