Appalti pubblici, politici avvicinati, racket, pescherie, ambulanze e camorra: chiesta condanna a vent’anni ciascuno per Michele D’Alessandro junior e Antonio Rossetti. Tra il 2011 e il 2015 si erano alternati anche loro ai vertici del clan D’Alessandro, secondo l’Antimafia. Michele junior, oggi 27enne, all’epoca dei fatti aveva 20 anni ed era stato chiamato secondo l’accusa a guidare il clan fondato da suo nonno, del quale portava nome, cognome e «blasone» di camorra. Rossetti, noto con il soprannome «’o guappone», invece è ritenuto da anni uno dei «colonnelli» fedelissimi di quel clan, che ha la sua roccaforte nel rione Scanzano, zona collinare di Castellammare. Estorsioni, riorganizzazione del traffico di droga, gestione delle armi. Ma «anche qualcosa di pulito», cioè attività imprenditoriali e commerciali da gestire in prima persona, come aveva consigliato durante un colloquio in carcere papà Luigi D’Alessandro, figlio del defunto boss Michele senior e papà proprio di Michele junior (classe 1995). L’inchiesta Cerberus aveva impegnato gli investigatori per cinque anni, coordinati dalla Dda di Napoli, ma non erano mai arrivate le richieste di arresto per nessuno dei 35 indagati, tra cui spicca sicuramente il nome di Teresa Martone, la vedova del defunto capoclan Michele D’Alessandro e nonna paterna di Michele junior. Eppure nel corso delle indagini i carabinieri avevano ricostruito decine di episodi di estorsioni ai danni di negozi di abbigliamento, locali, ditte edili, cantieri, addirittura espositori alle feste patronali e soprattutto pescherie, alle quali erano imposti prodotti scadenti a prezzi altissimi. E chi non si riforniva dal clan subiva minacce, pestaggi, raid e bombe. Secondo l’Antimafia, il clan D’Alessandro aveva allungato le mani sull’appalto regionale per il raddoppio dei binari Circum e aveva tentato di imporre al Comune una ditta dei Casalesi per poter gestire la raccolta dei rifiuti a Castellammare. Uno dei referenti di spicco del clan è stato intercettato in auto, durante un incontro con l’allora consigliere comunale Francesco Iovino (che non è indagato), poi espulso dal Pd un anno fa dopo un articolo apparso sul Mattino. E ancora, proprio grazie a Rossetti, le ambulanze erano gestite dal clan D’Alessandro tramite una ditta di sua fiducia. Solo cinque imputati hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, per poter usufruire di uno sconto di pena in caso di condanna. Per Michele D’Alessandro junior e Antonio Rossetti, il pm Giuseppe Cimmarotta ha chiesto la condanna a vent’anni di reclusione. Per Antonio Gambardella chiesta la condanna a otto anni. Chiesta una condanna, con il riconoscimento delle attenuanti per i collaboratori di giustizia, anche per i pentiti Pasquale Rapicano e Valentino Marrazzo, che hanno confessato una serie di reati connessi a questa vicenda. Inquietante in particolare la vicenda delle ambulanze. Secondo l’accusa, all’ospedale San Leonardo, a Villa Stabia e addirittura per i pazienti dializzati, i trasporti sanitari in quel periodo erano imposti dal clan tramite la «Croce Verde». «Altrimenti erano minacce e botte» ha raccontato il pentito Valentino Marrazzo, ex dipendente di quella ditta. «Appena Marrazzo ha cominciato a collaborare, Rossetti sostituì la ditta affidandosi ad altri» ha aggiunto l’altro pentito Pasquale Rapicano. La sentenza è prevista ad aprile.

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