Il video cancellato e recuperato solo in qualche frame, le testimonianze omertose farcite di «non ricordo» e l’aggressione che aveva dato il via alla lite sfociata nell’omicidio di un innocente. Favoreggiamento, minacce e lesioni le accuse contestate dalla Procura di Torre Annunziata (procuratore Nunzio Fragliasso, sostituto Giuliana Moccia) a cinque persone, condannate nel processo «bis» per l’omicidio di Maurizio Cerrato, il 61enne vigilante degli scavi di Pompei accoltellato a morte il 19 aprile di due anni fa in via IV Novembre per un parcheggio occupato dalla figlia, che aveva spostato una sedia «segnaposto». Il processo principale si è chiuso alcune settimane fa in Corte d’Assise con la condanna a 23 anni di carcere per i quattro uomini che hanno partecipato al delitto: Antonio Cirillo (esecutore materiale reo confesso), suo padre Francesco (che partecipa all’accerchiamento della vittima), Domenico Scaramella (che blocca Cerrato e lo prende a schiaffi) e suo fratello Giorgio (che dà il via alla lite, chiama i rinforzi e aizza i sicari, condannato per concorso anomalo in omicidio volontario). Quest’ultimo era l’unico dei quattro a essere imputato anche nel processo stralcio, con l’accusa di lesioni e minacce ai danni di Cerrato e di sua figlia Maria Adriana. Per Giorgio Scaramella (difeso dagli avvocati Antonio de Martino e Pasquale Scognamiglio) è arrivata una nuova condanna a un anno e dieci mesi di reclusione. Stessi reati erano contestati anche alla sorella Rosa Scaramella, condannata a un anno e mezzo. I due avevano raggiunto il parcheggio privato di via IV Novembre dove Cerrato stava cambiando la ruota squarciata all’auto della figlia, aggredendo i due con pugni, schiaffi e il lancio di un compressore, minacciando e insultando la ragazza appena 20enne. Quando la calma sembrava tornata e la lite ricomposta, Giorgio Scaramella riuscì ad allertare i rinforzi che arrivarono e consumarono in pochi secondi l’efferato delitto per vendetta. Si passa, così, alla fase delle indagini, condotte dai carabinieri della sezione operativa della compagnia di Torre Annunziata e coordinate dalla pm Moccia e dalla Procura oplontina. Le indagini, però, sono state letteralmente intralciate dai tre uomini, ieri condannati per favoreggiamento. I fratelli Alessandro e Pierluigi Savarese (condannati rispettivamente a nove e sette mesi con pena sospesa) cancellarono il filmato dell’omicidio dall’impianto di videosorveglianza interno al parcheggio, su minaccia di Giorgio Scaramella. Dopo il ritrovamento di alcuni frame sui cellulari, i Savarese – assistiti dall’avvocato Giuseppe De Luca – hanno raccontato quel che sapevano, ma «in ritardo» secondo l’accusa. Invece, Salvi (avvocato Salvatore Barbuto), datore di lavoro di Maria Adriana, non avrebbe riconosciuto gli assassini pur conoscendoli, secondo l’accusa: per lui la condanna è a nove mesi.

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