Tutti la temevano, nessuno ufficialmente la voleva, ma l’Europa a due velocità è diventata da oggi una realtà che condizionerà l’architettura istituzionale futura dell’Unione europea. Il nuovo format è a 26 contro uno. Da una parte, i 17 paesi della zona dell’euro e nove dei dieci stati che hanno scelto di mantenere le loro monete nazionali (Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania, ai quali si sono aggiunti in corsa Repubblica ceca, Svezia e Ungheria); dall’altro la Gran Bretagna, arroccata nella difesa dei propri interessi nazionali e della sua City finanziaria.

I 26 hanno accettato di rendere vincolante il rigore di bilancio, iscrivendo la regola d’oro del pareggio nelle rispettive Costituzioni e prevedendo un regime di sanzioni automatiche per chi sgarra. La piccola rivoluzione istituzionale è stata sancita, per una curiosa coincidenza, nel giorno del ventesimo anniversario di Maastricht, uno dei trattati più importanti della storia europea al quale si deve l’avvio di quel processo irreversibile che ha portato in sette anni all’introduzione dell’euro. Non è ancora chiaro su quale percorso giuridico nascerà la nuova “Unione di bilancio” e quali saranno le sue implicazioni istituzionali. Il presidente della Ue Herman van Rompuy ha spiegato che la sua adozione avverrà “con un accordo internazionale”, come quello che ha creato il trattato di libera circolazione Schengen, al quale oggi aderiscono 22 paesi della Ue (tra i quali non c’é la Gran Bretagna) e tre paesi europei ma non membri dell’Unione.

In sostanza, con un patto volontario tra governi che accettano di condividere regole e vincoli, che si sovrapporranno ai Trattati esistenti senza però modificarli. Semplice? assolutamente no. Anche perché di fatto questo trattato a 26 creerà un nuovo ordine giuridico, al di fuori del quadro comunitario. A farne le spese, potrebbero esserne da subito la Commissione e il Parlamento europeo, che con il Consiglio rappresentano il triangolo istituzionale della Ue.

 

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