di Mario De Michele

Aversa e Caserta sono le due facce della stessa medaglia di un Pd che ormai ha perso la bussola e naviga in mare aperto in balia delle onde. Il congresso del circolo normanno, che si è chiuso tra le polemiche con l’elezione del nuovo gruppo dirigente, è la cartina tornasole di un partito animato solo da spirito di rivalsa e dalla pulsione irrefrenabile di abbattere gli amici-nemici di altre correnti. Una vera e propria guerra tra bande allo sbando.

La maggioranza della sezione di Aversa ha rispedito al mittente la richiesta del segretario facente funzione Ludovico Feole (riconosciuto da una parte e ritenuto delegittimato da un’altra) di non procedere ai lavori congressuali in assenza dell’approvazione definitiva dell’anagrafe degli iscritti. Ma il consigliere comunale Marco Villano, i Giovani democratici e altre componenti maggioritarie non hanno detto “obbedisco” e sono andati avanti per la strada tracciata da Stefano Graziano.

Immediata la reazione dei seguaci di Nicola Caputo, che non hanno partecipato al congresso ritenendolo illegittimo. Il gruppo dei “dissidenti”, capeggiati da Mario Romano ed Elena Caterina, ha disertato l’assemblea. La Caterino è intervenuta solo per annunciare che l’esito del congresso sarebbe stato impugnato. Ma è stato tutto inutile. I lavori sono proseguiti e sono culminati con l’elezione di Carmine Esposito a segretario cittadino e del nuovo direttivo.

Tutto bene quel che finisce bene? Altroché. Tutto male quel che comincia male. È impensabile, infatti, continuare ad andare avanti a colpi di mano, da una parte e dall’altra. Sul piano provinciale Feole è un kamikaze che pur di rimanere incollato alla sua poltrona prosegue imperterrito nella sua opera di demolizione del partito.

Ma, come dimostra il “caso” Aversa, a livello territoriale le cose non vanno meglio. Ai colpi di mano si reagisce con altri colpi di mano. Nel frattempo il Pd si avvia inesorabilmente sul viale del tramonto politico. Tutti predicano bene, invocando l’unità, ma tutti (o quasi) razzolano male, travolti dal tourbillon delle ripicche personali e accecati dalla brama di restare sempre e comunque a galla.

E mentre il malato muore, i generali muovono le loro truppe e continuano a darsi battaglia per guadagnare qualche metro nella scalata a un partito che non c’è più.

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