di Riccardo d’Antonio Negli ultimi 10 anni, si sono generati fortissimi squilibri tra la zona nord e sud dell’Area Euro, con conseguenti movimenti di capitali tra queste due zone. Il risultato di questi travasi di capitali ha generato un grandissimo stock di debito, il cui rifinanziamento provoca fortissime tensioni nei mercati dei capitali.

All’interno dei Paesi indebitati si devono distinguere diverse situazioni e casi specifici, ma si può semplificare dicendo che: in Spagna e in Irlanda i capitali esteri sono stati utilizzati per finanziare un’amplissima espansione immobiliare; in Grecia e Portogallo, i capitali esteri sono stati utilizzati per finanziare i consumi; all’Italia, che rappresenta un caso a sé anche per la sua dimensione, nessuno dei due casi precedenti, presi separatamente, si attaglia perfettamente, ma ad essi va aggiunto anche un pre-esistente enorme ammontare di debito pubblico, che è apparso sempre meno sostenibile dati i tassi di crescita minimi. Proprio il finanziamento della domanda interna con i capitali esteri può essere interpretata come la principale ragione della perdita di competitività delle aree interessate (sud-Europa + Irlanda).

 

In effetti, negli anni immediatamente successivi all’introduzione della moneta unica, un’incredibile espansione creditizia mondiale e la conseguente riduzione del costo del debito per nazioni, che fino ad allora si erano finanziate a tassi molto elevati e volatili, hanno determinato un rapido accumulo di debito. I problemi sono poi iniziati nel momento in cui c’è stato un improvviso freno alla corsa ad investire in questi Paesi (ovvia conseguenza del raffreddarsi dell’appetito per il rischio dopo il crac Lehman). Infatti, fino al 2009 i paesi cosiddetti Giips avevano avuto la possibilità di finanziarsi, al livello sia pubblico che privato, in modo conveniente e abbondante. Improvvisamente, dal 2010 in poi questi Paesi, iniziando dalla Grecia, hanno trovato immense difficoltà (e a volte hanno fronteggiato addirittura l’impossibilità) a rifinanziare l’esistente e crescente stock di debito, dovendo far ricorso a diversi gradi di aiuto internazionale (Unione Europea, BCE e FMI).

Durante gli anni del boom economico i paesi  GIIPS, con la sola notevole eccezione dell’Italia, crescevano a tassi nominali elevatissimi, ben superiori ai tassi d’interesse da corrispondere sul debito acceso, e ciò rendeva molto appetibile il loro debito, specialmente da parte dei paesi risparmiatori del nord-Europa . Il problema risiedeva proprio nel fatto che era il continuo flusso di capitali esteri ad alimentare questi tassi di crescita vertiginosi e la chiusura del rubinetto del credito li ha semplicemente arrestati. I nuovi tassi di crescita, attuali e attesi, conseguenti all’esplosione della crisi dei debiti sovrani, molto bassi se non negativi, hanno indotto gli investitori a non ritenere più sostenibili tali ammontari di debito, con una ritirata disordinata da questi mercati. Proprio questa, in poche parole, è l’essenza della crisi dei debiti sovrani europei: i Paesi indebitati hanno un eccesso di debito che è difficile rifinanziare a tassi sostenibili, data la mancanza di crescita delle rispettive economie, e i Paesi che detengono questo stock di debito sono nervosi, temendo una sua possibile svalutazione e cercano di liberarsene, aumentando ulteriormente la tensione.

La caratteristica più peculiare della vicenda è che lo squilibrio delle partite correnti è molto rilevante se riferito al singolo paese o ad aggregati di paesi (nord vs sud, per esempio), ma è pressoché inesistente a livello aggregato europeo: i paesi del nord (Germania, Austria, Belgio, Lussemburgo, Olanda e Finlandia) hanno accumulato un surplus delle partite correnti (in parole semplici esportano più di quanto importano) ogni anno dal 2000 al 2010 fino ad arrivare a detenere oltre 2.000 miliardi di attività estere. Viceversa, nello stesso periodo, i paesi del sud (Grecia, Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo) hanno accumulato un deficit delle partite correnti ammassando un debito estero di circa 2.000 miliardi. L’andamento degli aggregati considerati è speculare per le due zone a partire dal 2000, con una dinamica crescente fino al 2007-2008 (inizio della crisi mondiale) e una drastica riduzione di questi sbilanci negli ultimi 2 anni. Il problema, dunque, dal punto di vista dei flussi appare in ridimensionamento, ma resta la grave eredità dello stock ereditato dal passato, avendo il Nord e il Sud della zona Euro accumulato partite finanziarie estere di dimensioni simili ma di segno opposto.

Ciò significa che in condizioni normali (quali potrebbero essere quelle precedenti al 2007),i Paesi del Nord (risparmiatori) sono propensi, o addirittura costretti dalla loro preferenza per le attività in Euro, ad investire nei Paesi del Sud. Tuttavia le politiche dell’Unione Europea non hanno ancora minimamente intaccato il problema che nasce proprio da questo gigantesco schema piramidale del flusso di investimenti che auto-generava tassi di crescita molto elevati, finanziando nei paesi del sud il consumo di prodotti dei paesi del nord o gli investimenti immobiliari. Fintanto che il meccanismo sembrava ben oliato e garantito dall’appartenenza alla medesima area monetaria, tutta la zona ha beneficiato di tassi di crescita e di disoccupazione simili (seppure con le dovute eccezioni), nel momento in cui i flussi di capitali si sono affievoliti o addirittura arrestati sono emersi tutti i suoi limiti e la sua profonda iniquità. Al momento attuale si devono richiamare 2 problematiche interconnesse e divergenti che potrebbero indirizzare la politica economica futura: i paesi del Nord seppur duramente colpiti dalla prima parte della crisi, sembrano beneficiare di condizioni finanziarie piuttosto favorevoli, che in effetti hanno consentito loro di recuperare prontamente gli effetti reddituali negativi – da questo punto di vista dunque appare giustificata l’insistenza da parte della Germania verso politiche di rigore e di aggiustamento dei conti pubblici; d’altro canto, non bisogna dimenticare che i paesi del nord sono i detentori di una larga fetta del debito pubblico dei paesi del sud – da questo punto di vista invece i paesi del sud sembrano avere una potente arma negoziale dalla loro parte.

Lo squilibrio, nato tra i due blocchi, provoca la crisi della zona Euro, ma, poiché a livello aggregato ci sarebbero risorse sufficienti per fronteggiarla, potrebbe essere affrontato e risolto con politiche mirate. Tuttavia, la maggior parte delle discussioni politiche si sono incentrate su una diagnosi forse semplicistica della situazione: una mancanza di competitività della nazioni meridionali (di cui la triste diatriba sull’articolo 18 in Italia è un esempio) vis-à-vis le nazioni settentrionali. Sicuramente le nazioni del sud hanno lasciato deteriorare la propria competitività con aumenti salariali ingiustificati rispetto alla produttività del lavoro nelle zone oltre le Alpi e tanti altri ostacoli, come nel caso dell’Italia, ma cercare di correggere gli squilibri strutturali della bilancia dei pagamenti solo con misure volte ad aumentare la competitività nazionale sembra piuttosto arduo per diversi motivi:

1) La competitività di un Paese non necessariamente determina il successo delle sue esportazioni e tra l’altro data la situazione di partenza (un forte debito da onorare) i Paesi interessati devono non solo rimettersi in pareggio, ma hanno bisogno di aumentare i loro surplus commerciali per rientrare dai debiti

2) La competitività può essere incoraggiata da politiche mirate, ma non può essere creata con una bacchetta magica, visto anche che i Paesi europei non sono economie pianificate centralmente

3) Per riportare in equilibrio la situazione in Europa si deve non solo aumentare la competitività dei paesi in deficit nel senso di riduzione del loro costo del lavoro, ma anche ridurre la competitività dei paesi in surplus. Ciò si può ottenere con un aumento dei consumi dei paesi del nord relativamente a quelli del sud.

Proprio quest’ultimo punto potrebbe essere la base per una discussione costruttiva e innovativa per cercare di superare la contrapposizione ideologica: non è detto che per rientrare dalla crisi i Paesi del Sud debbano ridurre necessariamente il loro tenore di vita, ma si potrebbe invece procedere in senso opposto, chiedendo ai Paesi del Nord di aumentare il loro. Si auspica (anche se con sempre minor convinzione) che al prossimo summit europeo del 28 e 29 giugno si affronti finalmente in modo organico la situazione e si eviti di parlare per slogan invocando da un lato misure per la crescita (mai meglio specificate) e dall’altro ancora semplici manovre di austerità, a cui ormai solo persone in mala fede o poco intelligenti possono ancora credere, visto che ad esempio in Italia (come anche riportato da una recente ricerca della Commissione Europea) escludendo una seria e incisiva lotta all’evasione, non c’era più spazio per ulteriori tasse già prima dell’arrivo del sig. Monti.

 

Riccardo D’Antonio

dantonio@campanianotizie.com

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui