
di Mario De Michele
Quando su un’amministrazione comunale cala il sipario prima della sua naturale scadenza si assiste sempre allo stesso spettacolo: “Si apre una fase nuova”. Oppure: “Ora si volta pagina”. O ancora: “Bisogna ripartire per il bene della città”. A provocare l’orticaria non sono tanto le frasi di circostanza, che pure rappresentano una solfa urticante, quanto l’atteggiamento liquidatorio sulle cause del fallimento. Puntualmente si cade nello stesso errore: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisà!”. Con questo approccio, ovvero senza una seria disamina dei peccati e dei peccatori, si commettono nuovamente gli stessi peccati e a commetterli sono gli stessi peccatori. Un circolo vizioso. Un cane che si morde la coda. È un film proiettato in continuazione nelle sale della politica casertana, o presunta tale, in particolare sugli schermi dell’agro aversano. A Orta di Atella è un “blockbuster” da almeno 10 anni. Nella città atellana chi ha devastato il territorio per i soldi e per il potere ha distrutto parimenti la classe dirigente. O meglio, ha impedito che potesse nascere una “nouvelle vague” di politici e amministratori locali. Orta di Atella è l’unica città d’Italia di oltre 30mila abitanti dove non esistono sedi di partito, eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle e per il Pd. I dem però fino a poco fa animavano un circolo “sui generis” con tanti partiti-persona al suo interno e di conseguenza con una linea politica ondivaga e indecifrabile.

LE LISTE “FAI-DA-SÉ”
Per numero di abitanti, considerando anche quelli non ancora censiti, Orta di Atella è il quinto centro della provincia di Caserta. Eppure nell’ultimo decennio alle elezioni comunali non si sono presentati i partiti, come detto, salvo il Pd e il M5S, ma liste civiche. E purtroppo, eccetto il movimento politico-culturale Città Visibile, si è sempre trattato di liste “fai-da-sé”, nate per l’occasione al fine di consentire ai singoli di avere mani libere a livello locale e di collocarsi nelle altre tornate elettorali, quelle politiche, regionali e provinciali, a seconda della migliore offerta. Senza collegamenti politico-partitici non ci sono vincoli, né regole di condotta né linee programmatiche da seguire. Insomma si può operare senza lacci e lacciuoli. E soprattutto liberi da “controlli” sovracomunali. Dal monadismo politico nascono monadi del tutto autonome, votate a un individualismo sfrenato. In un contesto del genere proliferano due fenomeni: da un lato i più giovani corrono per sé e per accaparrarsi la candidatura a sindaco, dall’altro i vecchi pronti a sferrare altri assalti alla diligenza, non ancora sazi nonostante le grandi abbuffate del boom edilizio.

L’INDIVIDUALISMO SFRENATO
Per carità, guai a buttare il bambino con l’acqua sporca. Ci sono anche raggruppamenti civici che si sono consolidati nel tempo. Ma il nodo inestricabile, il vero vulnus, resta la mancata mediazione dei partiti. Senza il confronto con livelli politici “superiori” e senza la possibilità di mediazione partitica ognuno si sente in diritto di accampare qualsiasi pretesa. Chiedersi perché il candidato sindaco debba essere Tizio e non io diventa una domanda legittima, anzi ineludibile perché, gira e rigira, si torna sempre al problema dell’individualismo. Quando le categorie della politica sono considerate ciarpame stabilire i criteri per motivare una scelta diventa impossibile. Ecco la domanda: “Perché lui e non io?”. Se sono queste le basi di partenza è facile prevedere che non si arriverà mai da nessuna parte. Al massimo si trova un accordo controvoglia al ribasso, soltanto per vincere alle elezioni, com’è avvenuto con l’indicazione di Antonino Santillo, molto probabilmente l’unico sindaco della storia italiana a essersi dimesso 3 volte in 3 anni. Hanno perfettamente ragione quelli di Agorà, Città Visibile e Pd a definire l’intesa su Santillo un “accrocco elettorale”. Appena insediatosi, il neo sindaco è finito al centro di due fuochi: da un lato c’erano i più giovani che in fondo in fondo non vedevano l’ora che facesse le valigie per impedirgli di riproporsi al giro successivo, dall’altro c’erano i vecchi chi avevano dato l’ok a una fascia tricolore debole per poterla manipolare a proprio piacimento. A loro volta questi due fuochi sono entrati in competizione. E l’esito non poteva essere che il divampare di un incendio indomabile.

LE FUTURE ALLEANZE BANCO DI PROVA
Ritorniamo all’inizio, cioè al siparietto post-scioglimento del consiglio comunale. Tutti utilizzano il solito frasario: “Si apre una fase nuova”. Oppure: “Ora si volta pagina”. O ancora: “Bisogna ripartire per il bene della città”. Ma nessuno, esclusi Agorà, Città Visibile e Pd, che in questi anni hanno svolto una coerente opposizione extraconsiliare, analizza in modo approfondito le cause del disastro amministrativo. Si è arrivato a un paradosso tragicomico: Coraggio-Orta Prospettiva Futura, che ha mantenuto in vita Santillo e ha occupato i principali posti di potere nell’ultimo triennio, vorrebbe far credere ai cittadini che non c’entra nulla, che è tutta colpa dell’ex sindaco o addirittura degli ex alleati di governo, dopo averli fatti fuori uno a uno, fino allo stesso Santillo. Come dire a un’ottantenne che esiste Babbo Natale. La disamina dei peccati e dei peccatori serve proprio a evitare la riproposizione dello stesso film. E, al netto delle citate frasi di circostanza, l’unico banco di prova per aprire davvero una fase nuova è proprio il taglio dei ponti con il recente passato. C’è un modo semplice per averne piena contezza: le alleanze alle comunali della prossima primavera. Se ci sarà un altro “accrocco elettorale” con i protagonisti pubblici e occulti dell’ultimo fallimento amministrativo di nuovo in prima fila, si prega lor signori di risparmiarci la stomachevole retorica sulla “fase nuova”. Sarà il sequel del film horror proiettato a Orta di Atella da oltre 10 anni, terrificante quanto il prequel in sala durante il sacco edilizio. Si sa dove si vuole andare a parare e come andrà a finire.





