Scontro sulla missione italiana in Arabia Saudita, Crosetto si difende: “Riad non è in guerra”

Da quando la notizia dei militari italiani in Arabia Saudita è diventata di dominio pubblico, il ministro della Difesa Guido Crosetto, con chiunque abbia da eccepire, batte su una differenza non lessicale ma di sostanza: «Riad non è in guerra, si difende dalla guerra». Versione che sorvola sull’escalation registrata nell’ultima settimana: appena mercoledì scorso il principe ereditario Mohammad Bin Salman, per la prima volta, ha partecipato direttamente ai raid americani in Iraq contro le milizie filo-sciite legate all’Iran. Il cuore dello scontro politico è però un altro. Va cercato nel mancato coinvolgimento del Parlamento. Questione rispetto alla quale, in sintesi, ci sono due versioni diverse e contrapposte.

Le opposizioni sostengono che si sia davanti non a una, ma a due nuove missioni, peraltro di aria e di terra. Mai annunciate alle Camere. Crosetto ritiene che invece vadano considerate solo una rimodulazione di una spedizione già esistente, «illustrata con la massima trasparenza» a deputati e senatori. «Colpisce – è il contrattacco del ministro – che chi grida oggi allo scandalo e insulta con arroganza, solo poche settimane fa ha ricevuto ogni informazione, preso parte alle audizioni e votato le autorizzazioni». Accusa che ha acceso la replica altrettanto piccata del Pd in una nota del responsabile Esteri Peppe Provenzano e dei capigruppo delle commissioni competenti in materia, Alessandro Alfieri, Enzo Amendola e Stefano Graziano: «Un ministro della Difesa che si è trovato in teatri di guerra a sua insaputa dovrebbe avere qualche pudore a impartire lezioni di studio e serietà».

È un battibecco a colpi di resoconti parlamentari. Il ministro, infatti, snocciola una serie di date. Due in particolare. Il 5 marzo scorso, quando il Parlamento ha approvato le risoluzioni che menzionavano «il dispiegamento e il rischieramento dei sistemi di difesa aerea e antimissile nella regione del Golfo», e le sedute di luglio in cui le commissioni Esteri e Difesa di entrambe le Camere hanno prorogato le «missioni, che confermano e comprendono un’area che include l’Arabia Saudita».

Nella prima occasione, però, stenografico alla mano, il ministro si è limitato a dire questo: «In Kuwait presso la base di Ali Al-Salem mentre vi parlo è in atto un movimento di 239 militari verso l’Arabia Saudita». Ben diverso dal dettagliare l’impegno di 700 uomini e donne delle nostre forze armate, ora in uno dei punti più caldi del conflitto. Quanto alla delibera sulle missioni, insistono i dem, «non c’è alcun esplicito riferimento a operazioni» nella monarchia saudita. Nessun accenno puntuale ai dispositivi di Task Force Air Arabia e Cerbero, ora illustrati sul sito della Difesa.

Le opposizioni non hanno alcuna intenzione di soprassedere su quella che considerano «una forzatura inaccettabile» e «un’ambiguità voluta», per dirla con le parole dell’ex ministro Amendola. Il Pd ha già depositato un’interrogazione e da lunedì – nella massima condivisione con M5s e Avs – daranno battaglia in Parlamento: «Questa è una missione che di fatto è stata costruita e si è attuata alla chetichella, è bene che il governo venga subito a riferire perché tutto il Paese ne sappia i contorni, le caratteristiche, le finalità», attacca il presidente M5s Giuseppe Conte. Perché, aggiunge il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «con l’invio di militari italiani in Arabia Saudita il governo Meloni sta portando l’Italia nella guerra di Usa e Israele contro l’Iran, altro che trasparenza».

Il ministro, parlando con i suoi collaboratori, si è già detto disponibile a fornire alle Camere le spiegazioni richieste. Insisterà sulle norme che permettono l’interoperabilità dei militari tra missioni diverse. E quelle in Medio Oriente – Bahrein, Emirati Arabi, Arabia Saudita, lo stesso Kuwait – sono «già autorizzate a difesa dei nostri contingenti, dei nostri cittadini e dei nostri interessi».

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