Non ha alcuna voglia di fare retromarcia. Sull’Ucraina Giuseppe Conte pensa di essere nel giusto, di interpretare il sentimento prevalente degli italiani, stanchi della guerra sul fianco orientale dell’Europa e perciò contrari all’invio di nuove armi. A spingerlo, anche motivi interni di una certa urgenza: l’ala dura del Movimento preme per non arretrare di un passo, l’eventuale discesa in campo di Alessandro Di Battista rischia di sottrarre consensi e argomenti, far prevalere le ragioni dell’alleanza sugli storici cavalli di battaglia si tradurrebbe in un indebolimento dell’identità cinquestelle e della sua leadership. L’ex premier non può permetterselo. Per questo si è deciso a scartare, con la solita tattica, mixando bastone e carota.
Prima ha affondato sul nodo Kiev che «scioglieremo con le primarie»; quindi, ha rilanciato sulla svolta negoziale che «serve, possiamo arrivarci tutti», ha detto domenica in pubblico e ripetuto ieri in privato, scatenando una tempesta sul campo largo. Una posizione non nuova, la sua, ribadita più volte nelle scorse settimane. «Una coalizione non può essere progressista se fa la stessa politica di Draghi prima e Meloni poi», il senso del ragionamento proposto dal capo 5S a chi lo ha chiamato, «soprattutto tenendo conto che sono ormai passati quattro anni e mezzo dall’inizio del conflitto e la linea politica fin qui adottata non prefigura nessuna soluzione che non sia un’escalation». Ergo: se vogliono riprendersi Palazzo Chigi le forze progressiste devono distinguersi. Segnare una forte discontinuità rispetto agli ultimi due esecutivi, è la tesi. A cui non è ovviamente estraneo uno sguardo tutt’altro che disinteressato allo scettro della coalizione di centrosinistra, da conquistare (anche) per la via ucraina.
«Il quesito, dirimente, è: vogliamo un altro governo che va in Europa continuando a perpetuare un’afasia politica e a promuovere una situazione di completo stallo diplomatico?», ha chiesto Conte ai suoi, conoscendo già la risposta. E siccome «per imporre la svolta negoziale» un governo alternativo a Meloni «dovrà essere investito da un forte consenso popolare», è necessario che il tema su come raggiungere la pace diventi materia di sfida fra i vari leader candidati alle primarie: per misurarsi in una competizione vera, non figlia di preventive ed estenuanti mediazioni con un Pd ostaggio dei riformisti e una gamba centrista a tendenza ancor più conservatrice.
Un dato resta però chiaro: «Alcuni punti fondamentali dovranno essere condivisi», hanno confermato i Cinquestelle al chiuso di Via di Campo Marzio, «ma questo non è incompatibile col fatto che ci sia un indirizzo politico che verrà caratterizzato dalle sensibilità dell’interprete che guiderà il progetto di governo». E quindi, se toccherà a Conte, non ci sono dubbi: il sostegno all’Ucraina non verrà meno, ma basta soldi spesi in forniture militari, si dovrà puntare sulla trattativa, propiziare un accordo fra Putin e Zelensky. A quali condizioni si vedrà.
Nel frattempo, dire che Elly Schlein sia furibonda è un eufemismo. Non è la prima volta che l’alleato-rivale si smarca, finendo per spiazzarla. L’aveva già fatto all’indomani del trionfo al referendum sulla giustizia, chiamando (senza avvertire nessuno) le primarie. L’ha rifatto a sorpresa a Napoli — sempre su Kiev ed armi — al debutto del cosiddetto campo stretto. Ora ci risiamo. Stavolta, però, è diverso. Pure Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sono arrabbiati, hanno telefonato alla segretaria del Pd per confrontarsi, capire come imbrigliare l’ex premier.
«Così non si va da nessuna parte», si è lamentato il leader dei Verdi: «Conte è entrato in modalità gazebo, quel che abbiamo visto è solo l’antipasto di quanto potrebbe accadere se non stabiliamo subito le regole di ingaggio». Perciò la leader dem ha deciso di reagire. Per fissare dei paletti. All’insegna di un ragionamento che suona più o meno così: «Chiunque voglia fare il premier deve prima vincere le elezioni. Ma se il M5S vuol vincere, gli serve il Pd e al Pd serve il M5S. L’abbiamo già visto nel 2018 e nel 2022 come finisce il film se andiamo divisi. Dobbiamo restare uniti, su questo siamo d’accordo tutti». Dunque, barra a dritta. A settembre si scriverà il programma, «che sarà snello, non stile Unione». Tra ottobre e novembre si definiscono le modalità delle primarie. Tra fine anno e inizio ‘27 si aprono i gazebo per scegliere il candidato premier.





