La nuova ‘maggioranza’ che sostiene il governo Monti esce assai ammaccata dalla ricetta lacrime e sangue prescritta per salvare il paese dal rischio di un fallimento. E, come dice il sindaco di Milano, se ”chi rischia di uscirne peggio e’ il Pd” e’ anche vero che ”il centrodestra e’ messo ancora peggio, con un’alleanza spaccata che non si puo’ piu’ ricomporre”.

Su entrambi pesa la sfida della Lega che nel giorno dell’annuncio della ‘secessione’ chiama a raccolta il popolo padano per protestare contro la riforma delle pensioni. ”Non si azzardi la Lega ad accendere le polveri che lei stessa ha messo sotto i piedi del Paese. Abbiamo buona memoria noi”, avverte il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ricordando: ”se siamo vicini al rischio di una crisi sistemica, che in parole povere si chiama default, fallimento, e’ perche’ qualcuno ci ha portato fin qui…”. Un attacco al governo Berlusconi che non cancella, da parte del leader del Pd, la consapevolezza di dover ingoiare un boccone amaro, pronto ”ad affrontare la situazione” con responsabilita’, anche se diventa difficile digerire una manovra che desta ”preoccupazione innanzitutto sul fronte sociale, dell’equita’. Sapendo che senza equilibrio sociale non puo’ esserci nemmeno la crescita”. E sempre preoccupazione e’ quella che anima anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano. ”Il bivio e’ tra una manovra pesante oggi ed il rischio di un fallimento domani” avverte il segretario pdl che tuttavia mette le mani avanti. ”Rispetto a questo bivio abbiamo scelto di sostenere questa manovra ma ai partiti non spetta la scelta sui contenuti che spettano al governo” precisa Alfano ricordando che proprio il Pdl era stato contrario all’innalzamento delle aliquote, soprattutto quella sulla fascia di reddito tra i 55 e 75 mila euro. Ma e’ tutto il Pdl che storce il naso: secondo l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che critica soprattutto le misure sulla previdenza, ”turarsi il naso non significa chiudersi gli occhi”; l’economista Antonio Martino osserva che sulle manovre e sui sacrifici si suona la stessa ”musica da 40 anni” senza risolvere nulla. L’unico che punta diritto sull’autorevolezza del primo ministro e’ il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini che giudica ”durissime” le misure della manovra ma trova ”le argomentazioni di Monti solide e convincenti”. Ma certamente e’ il Pd che in misura maggiore deve faticare per tenere a bada un elettorato che rischia di pagare caro il prezzo per salvare l’Italia. ”Quando si parla di adeguare il sistema previdenziale e di metterlo in sicurezza anche per le prospettive delle nuove generazioni ovviamente siamo pronti a discutere” avverte Bersani che apprezza i passi in avanti fatti con il coinvolgimento dei capitali scudati e con il parziale recupero del blocco alle indicizzazioni delle pensioni. A non convincere il Pd, pero’, sono ”i ritmi” della riforma previdenziale. ”I pesi e le misure in questa operazione non ci convincono ancora” dice. Bersani cita ”le donne e i lavoratori precoci”, i lavoratori insomma che hanno iniziato a lavorare da ragazzi e che hanno 40 anni di contribuzione alle spalle. E c’e’ il tema scottante dell’evasione. Monti non ha ancora annunciato le misure definitive ma il Pd chiede ”di mettere a sistema una prospettiva di equita’ fiscale” e chiede una qualche forma di patrimoniale, a partire da quella sugli immobili. Senza tralasciare critiche su questioni piu’ di attualita’,come quella dell’attribuzione delle frequenze, perche’ ”non si puo’ lasciare inevasa la possibilita’ di recuperare qualche miliardo quando c’e’ gente che fatica ad arrivare a fine mese”.

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