llaria Salis, eurodeputata di Avs, è stata condannata per aver licenziato due suoi ex collaboratori a Bruxelles, un co.co.co e una partita Iva, “senza giusta causa”. Dovrà risarcirli di un totale di oltre 300mila euro. Ma ha già presentato ricorso in appello. Intanto però c’è la sentenza del marzo scorso, annunciata dall’Adnkronos, emessa dal giudice Franco Caroleo del Tribunale di Milano – sezione Lavoro – che ha accolto le richieste di due ex collaboratori assistiti dagli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto.
I legali avrebbero cercato invano di notificare l’atto con il quale si sono rivolti al giudice all’indirizzo ufficiale di residenza dell’europarlamentare. Mentre Salis, raccontano, avrebbe appreso della condanna solo a Bruxelles e solo una volta emessa. L’ex insegnante antifascista, arrestata in Ungheria con l’accusa di aver aggredito dei militanti di estrema destra durante le manifestazioni del cosiddetto ‘Giorno dell’Onore’, era stata eletta europarlamentare con Alleanza Verdi e Sinistra nel giugno del 2024. Con lei lavorano e hanno lavorato diversi collaboratori, tra cui i due con i quali il rapporto di fiducia si è incrinato dopo pochi mesi (nel febbraio 2025) e, secondo la sentenza, senza preavviso.
La sentenza
I due ex assistenti, entrambi con contratto in scadenza a fine del mandato parlamentare (16 luglio 2029), avevano sostanzialmente la stessa retribuzione (2.900 e 3.000 euro al mese) e mansioni simili: lo sviluppo di progetti finalizzati alla valorizzazione del ruolo della parlamentare europea, la progettazione e gestione di campagne e eventi in Italia e all’estero, l’assistenza per i contatti con le autorità o la consulenza di tipo politico in ambito strategico e tattico. Secondo la denuncia, prima un’assistente riceve un recesso anticipato per il “venir meno del rapporto fiduciario” che trasforma la collaborazione in una “situazione di incompatibilità ambientale e personale”; quindi a un collega viene revocato l’incarico con effetto immediato “tenuto conto della manifesta insoddisfazione riguardo ai contenuti della sua collaborazione”. Una frattura insanabile. Nel verdetto dello scorso marzo del tribunale di Milano si sottolinea che “spetta certamente alla datrice di lavoro l’onere della prova della giusta causa”, ma “nel rimanere contumace” Salis “non ha evidentemente assolto al proprio onere” e “deve quindi affermarsi l’insussistenza della giusta causa nei recessi impugnati”.
Il risarcimento
Il risultato è un risarcimento del danno stabilito complessivamente in 300.900 euro, per i mancati guadagni dei due collaboratori fino a fine mandato, e 10mila euro per le spese legali. Perché, secondo il tribunale, in caso di recesso anticipato privo di giusta causa da un contratto a termine, il danno può essere liquidato in misura pari ai compensi che il collaboratore avrebbe percepito fino alla naturale scadenza del rapporto. A una collaboratrice, V., spettano dunque 147.900 euro, all’altro, F., 153mila. La decisione del giudice ribadisce che anche nei rapporti parasubordinati il recesso anticipato non è libero quando il contratto lo subordina alla sussistenza di una giusta causa. Una altra tegola per Salis dopo le polemiche per la casa in cui ha convissuto con un altro suo collaboratore, Ivan Bonnin, e il processo, in realtà decaduto dopo la conferma dell’immunità parlamentare, a Budapest.
Le reazioni politiche
A reagire per prima è la destra, che salta sopra al caso Salis. “Spiace”, la parola unica scritta sui social dal ministro e vicepremier Matteo Salvini. “Io sono sempre per il rispetto delle sentenze e, a maggior ragione, dei diritti dei lavoratori. Salis ha detto di confidare che il giudizio di appello possa fare piena chiarezza sulla vicenda. Aspettiamo esito”, commenta invece Nicola Fratoianni, il leader di Avs, il partito al quale è iscritta Salis.





