Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto della strage di via D’Amelio, fissa la lapide al Reparto Scorte della caserma Lungaro, che ricorda i suoi colleghi uccisi nel 1992: “Porto dentro un dolore ancora grande – sussurra – E oggi mi chiedo se riusciremo mai a conoscere la verità. Ci furono menti raffinatissime dietro quella stagione delle bombe”. Trentaquattro anni dopo, Palermo ricorda il sacrificio del magistrato Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Fabio Li Muli e Claudio Traina.
Trentaquattro anni di dolore e di verità negate, l’ultimo processo in corso al tribunale di Caltanissetta non riguarda mafiosi, ma cinque poliziotti accusati di aver depistato il corso della giustizia. E, intanto, il pool coordinato dal procuratore Salvatore De Luca continua a indagare sul ruolo svolto dall’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera nel furto dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e nella creazione del falso pentito Vincenzo Scarantino. Alla caserma Lungaro della polizia, ci sono i familiari delle vittime. Ognuno con un ricordo, ognuno con una speranza di fare giustizia. “Il 19 luglio dovrebbe essere soltanto un momento di commemorazione – dice Luciano Traina, il fratello di Claudio – e invece in troppi fanno passerelle”. Alla commemorazione, alla caserma Lungaro, c’è anche Manfredi Borsellino, il figlio del giudice Paolo, che resta in disparte.
Alla famiglia Borsellino è arrivato come ogni anno il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “La strage di via D’Amelio, due mesi dopo quella di Capaci, ha segnato in profondità la coscienza del Paese – dice il Capo dello Stato – Rappresentò il culmine di un disegno eversivo che mirava a piegare le istituzioni democratiche e la stessa libertà degli italiani”. Con il “contributo” di “uomini e donne delle forze di polizia, della magistratura, delle istituzioni” – ricorda Mattarella – quel “disegno eversivo” è “stato sconfitto. La Repubblica ha dimostrato di essere più forte. Catturando e condannando carnefici e mandanti”.
Afferma ancora Mattarella: “Paolo Borsellino pagò con la vita il proprio impegno di magistrato, e con lui vennero uccisi cinque servitori dello Stato, i cui nomi sono iscritti per sempre nella memoria della Repubblica: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina”. Il presidente della Repubblica ribadisce: “A trentaquattro anni dall’eccidio restano intatti i nostri sentimenti di solidarietà e di vicinanza con i familiari di tutti coloro – uomini e donne delle forze di polizia, della magistratura, delle istituzioni – che hanno difeso la nostra comunità dal cancro mafioso”.
“Borsellino e Falcone sono simboli della riscossa civile del Paese. Con la loro professionalità e il loro coraggio hanno istruito processi che prima non si riuscivano a celebrare – dice ancora il presidente della Repubblica – Con il loro impegno nelle istituzioni hanno dato allo Stato nuovi e più avanzati strumenti nella lotta alle mafie. Con la loro passione hanno seminato la cultura di legalità, insegnando ai giovani che la logica mafiosa va contrastata fin dai comportamenti quotidiani e dalla scuola. Il loro impegno è parte della coscienza democratica della Repubblica”.





