di Nicola del Piano Approvata la Convenzione, la femmina è salva. Gridolini di gioia pedalano dalla Camere alla Farnesina ed è un’unica festa: la Convenzione di Istanbul è stata ratificata dal Parlamento Italiano. E nulla importa se lo strumento punitivo non ha alcun potere reale se a cambiare non è la cultura di un popolo.

Bene comunque la definizione del problema: la violenza sulle donne è prima di tutto una questione di genere. Come si è già avuto modo di dire in questo spazio, parlare di “violenza di genere” significa inquadrare il fenomeno dal punto di vista “sessuato”. Ciò significa non eliminare le  preziose differenze tra uomini e donne, ma constatare che avviene una prevaricazione culturale dell’uomo (soggetto forte) contro la donna (soggetto debole). Perché tali termini scompaiano, occorre tempo, ma sopra tutto è necessario che chi crede in tali concetti non si arrenda, consapevole della forza e della verità presenti in questi valori.
Ma non illudiamoci se è la stessa comunicazione, così come ogni altro elemento esterno, a propinarci modelli di donna totalmente sottomessi (ma sorridenti) all’uomo-marito e sopra tutto al bambino-figlio, come se questo sia il destino, ineluttabile e divino, del genere femminile. Dalla pubblicità in Occidente, dunque, all’odio senza condizioni, capace di ogni nefandezza, in Oriente, è un sottile, ma assai efficace tentativo di far passare un’idea, ovvero di giocare con un ruolo, relegandolo a quello più comodo di bambole senz’anima.

La Convenzione citata ed appena ratificata dall’Italia è sorretta da principi quali quelli della prevenzione, protezione e supporto delle vittime, prosecuzione dei colpevoli e politiche integrate. L’ultimo punto è quello in grado davvero di intervenire concretamente nella cultura e nella società. In questo senso, non bisogna dimenticare gli unici dati certi del fenomeno, quelli che non possono essere falsati; gli omicidi di donne in Italia, infatti, sono stati dal 2005 al 2011 767, con una media di circa un’uccisione ogni due giorni.

La violenza è sottile, ma profonda e dura, nell’animo di ogni donna che la subisce e che non ha il coraggio di ribellarsi. Quel che manca, paradossalmente, è tutto il resto, il genere maschile, che con la sua assenza e la sua “ricerca d’identità”, tenta di trovarne una nel dominare chi, disgraziata complice, ancora decide di non denunciare.

 

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