di Nicola del Piano

Come in un percorso onirico, caratterizzato da improvvisi quanto tremendi stati di veglia, gli intrecci del Diritto, nella vita di un Paese, possono apparire profondamente ingiusti. Esistenze di uomini si incrociano con leggi e norme giuridiche, scritte e pensate da uomini chiamati a rappresentare popoli interi. E dopo giorni, mesi e spesso anni, schiavi della Legge, di una legge ritenuta oramai ingiusta, quelle stesse esistenze si ritrovano defraudati di un passato che mai più tornerà. Qui, più volte, si è detto quanto fosse incostituzionale la legge 21 febbraio 2006 n. 49, conosciuta come legge Fini-Giovanardi, intervenuta a modificare la materia che disciplina gli stupefacenti. La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di determinati articoli di quella norma, perché estranei all’oggetto e alle finalità del decreto nei quali erano inseriti. L’impatto è tremendo. Semplificando, le droghe leggere non sono più equiparate a quelle pesanti e si ritorna a circa otto anni or sono, riportando in vita la legge Iervolino-Vassalli. Il problema, ancora una volta, non è sul futuro, ma sul passato. Su tutte quelle vite sulle quali quella scellerata legge, introdotta con un decreto legge del 2005 che andava a finanziare le Olimpiadi invernali di Torino, ha inciso profondamente in maniera morbosa e spesso tragica. La scellerata equiparazione tra spacciatore di sostanza stupefacente e utente di sostanza stupefacente, a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, ha rappresentato una delle regressioni più cieche e brutali a cui può giungere uno Stato di diritto, con risultati e successioni di eventi che oggi ci appaiono profondamente ingiusti. Se si riconosce al Diritto, seppur tra mille dubbi, una funzione utilitaristica, di crociana memoria, e soltanto questa, può capitare che intere schiere di politicanti, equivocando tale concetto, violentino quello stesso Diritto, provocando danni che devono evitarsi, con tutto quello che da tali nefandezze può derivare. Quanti processi penali inutili e quante vite spezzate, alcune per sempre, da quella norma che ha rappresentato una via d’uscita politica e sociale, comoda e superficiale, davanti all’enorme problema della droga, consentendo ad una società sporca di lavarsene le mani e facendo conoscere, a tanti, quanto possono essere ingiusti la Legge e lo Stato in cui quelle norme riposano beate. Ma la norma giuridica non può essere invocata quale fonte battesimale della propria coscienza, e le colpe della politica e della società non potranno mai trovare, nell’uso ingiusto della Legge, i propri motivi per esistere e legittimarsi. Questo dell’uomo sarà sempre un tentativo illusorio e grottesco. La stessa ingiustizia la si ritrova, purtroppo, anche nello stesso ritardo con cui è intervenuta la Corte costituzionale, la quale ha certo bisogno dei suoi tempi e di quella “lentezza del Diritto” che è necessaria nel fare e nel giudicare le norme, ma otto anni sono davvero tanti, anche per uscire da quella timidezza che spesso contraddistingue i supremi giudici.

 

 

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