In aula a Montecitorio torna il cappio dopo 33 anni, stavolta è agitato dai vannacciani contro la Lega

Chi di cappio colpisce, di cappio finisce e così anche per oggi c’è qualcosina da mostrare o, se proprio bisogna, da raccontare con rassegnato e divertito sconforto. Nella diffusa bolgia che, sempre più irreale, ha preso definitivo possesso delle aule parlamentari, è ormai quasi impossibile trarre la benché minima morale, se non che i processi di immiserimento e miniaturizzazione della politica non solo hanno fatto bingo, ma tendono a replicarsi con regolarità, non di rado spiaccicandosi l’uno sull’altro grazie a singolari carambole tipo contrappasso.

Per cui ieri mattina a Montecitorio, rivolgendosi al ministro leghista Giorgetti, ecco che l’ex deputato della Lega e ora vannaccianus Edoardo Ziello, all’apice della sua concione ha cacciato da sotto il banco una bianca cordicella e con l’aria di chi stava combinando una marachella istituzionale l’ha brevemente sventolata specificando che si trattava di un nodo scorsoio. A quel punto i suoi camerati futuristi, tra i quali immediatamente si è riconosciuto il volto ipnotico dell’onorevole Pozzolo, hanno innalzato all’unisono uno di quei cartelli che in Parlamento compaiono ormai un giorno sì e l’altro pure.

Ciò detto, l’Italia resta un paese meraviglioso nella sua spudoratezza perché non c’è ripetizione che non butti in allegra parodia, sia pur recitata con inappuntabile serietà da maschere e macchiette – anche se c’è sempre qualcuno pronto a indignarsi con chi si rifugia nella risata. Ma pazienza. Come si è capito all’istante, lo studiatissimo numero del cappio scelto nell’estate 2026 dalla sporca dozzina del Generale si rifà ad analoga esibizione di fine inverno 1993, nei giorni cruciali in cui stava venendo giù la Prima Repubblica.

“Onorevole, metta giù quell’oggetto!” si sgolava il presidente dell’assemblea, Giorgio Napolitano, senza nemmeno nominare il capestro che un ragazzone, a nome Luca Leoni Orsenigo, già antennista in quel di Como, aveva preso a far penzolare dai banchi turbolenti della Lega. Oggi come allora il gesto oscura del tutto le povere motivazioni e ancora di più le vuote parole che l’accompagnavano. Se oggi il cappio ad alto impatto avrebbe il senso di rafforzare la minaccia oltranzista vannacciana – bau-bau: noi facciamo sul serio, neanche a farlo apposta il prode Ziello possiede un certo numero di rottweiler – 33 anni orsono la sceneggiata leghista era un modo per recuperare posizioni nel campionato di giustizialismo selvaggio, dove i missini avevano realizzato qualche punto lanciando in aula banconote, spugne e guanti gialli.

Non si è mai capito se Leoni Orsenigo fosse consapevole del valore simbolico di quel particolarissimo ”oggetto”, ma per certo (cfr Filippo Facci nella suo “La Guerra dei trent’anni”, Marsilio, 2022) si trattava di una vera corda prestatagli da un suo amico alpinista. Bossi, come spesso gli accadeva, spiegò che era un gesto “ironico” e “goliardico”, senza troppo specificare le differenze fra i due ambiti.

Il professor Miglio, al contrario, di cui giusto un anno fa il presidente della Camera Fontana ha presentato una raccolta di scritti in occasione dell’anniversario, apprezzò moltissimo l’ostensione del cappio. Pochi giorni prima, d’altra parte, l’illustre cattedratico e allora ideologo del Carroccio aveva teorizzato come il linciaggio fosse “la forma più alta di giustizia” e riguardo al gesto di Leoni Orsenigo ci tenne a puntualizzare: “Se fossi stato lì l’avrei aiutato a far ballare la corda”.

Quando tutto ciò accadde, Ziello aveva appena un anno, e come direbbe forse il Generale, ancora il pannolino. Giorgetti, uscito dalla Bocconi, faceva il commercialista e il revisore contabile, incerto se ritornare o meno alle atmosfere lacustri del suo paese natio, Cazzago Brabbia, dove nel giro di qualche anno sarebbe divenuto sindaco, poi amministratore e dirigente leghista, più o meno seriamente ferito durante una storica gara di tiro alla fune tra piemontesi e lumbard sulle sponde del Ticino.

Tocca ripetersi: l’Italia è così. In Israele nel frattempo il ministro della Sicurezza nazionale, ovvero quel simpaticone di Itamar Ben-Gvir, ha rilanciato il cappio intorno al collo dei palestinesi, dopo il ripristino della pena di morte. Se n’è anche fatto fare uno d’oro da portare all’occhiello e, visto che c’era, l’ha messo in cima a una torta il giorno del suo compleanno. Ma lì, purtroppo, si fa sul serio.

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