Primarie, gli alleati spiazzati da Conte: si apre il dibattito sul woke ma la data del voto è ancora incerta

Nel centrosinistra s’interrogano sull’intervento del leader M5S Giuseppe Conte ieri su Repubblica («Alla sinistra non serve il woke, il nemico da combattere è questa società di diseguali»). Solo che nato come contributo al dibattito sorto in seno ai democratici americani sulla cancel culture, dopo l’autocritica feroce di Alexandria Ocasio-Cortez, («il primo woke è stato folle»), quello di Conte è parso, a molti osservatori, molto di più. Un manifesto programmatico. Un posizionamento in vista delle primarie. L’avvio di una discesa in campo, con al centro la lotta alle diseguaglianze e al capitalismo finanziario: un pensiero da sinistra popolare. È sul terreno sociale, ha fatto notare il leader, che si gioca la prossima sfida elettorale.

Conte è già in campagna elettorale. Se n’era avuta già prova durante la lectio a Sant’Anna di Stazzema, dieci giorni fa. «Si era capito da un po’» ammette Alessandro Alfieri, senatore lombardo del Pd, una delle voci più ascoltate del riformismo: «Vuole coprire un’area precisa. Tuttavia non si possono paragonare gli eccessi americani sul woke a quelli italiani. Non siamo mai arrivati a quegli estremi. E soprattutto noi, nel Pd, abbiamo da tempo messo la questione sociale al primo posto. Non facciamo che denunciare stipendi inadeguati, lavoro povero, disuguaglianze».

È anche il pensiero di Igor Taruffi, il capo dell’organizzazione del Pd. La segreteria Schlein negli ultimi tre anni e mezzo si è spesa per il salario minimo, ha denunciato i fondi sottratti alla sanità, l’impoverimento del ceto medio, la precarietà dei giovani, costretti all’emigrazione. Ma ora Conte entra sul suo terreno e la sfida. Si sente in campo per la leadership. Vuole vincere le primarie.

Come si batte la destra? Questa destra. È l’interrogativo a cui va data una risposta. «L’ubriacatura woke fa male alla sinistra e lo riconosce persino Ocasio-Cortez. Chi di noi in questi anni ha tentato di affermare le ragioni del buon senso è stato insultato e considerato fuori linea. E adesso che finalmente il tempo è galantuomo lo dico di nuovo ad alta voce: alla sinistra serve meno ideologia e più politica», ha rivendicato su X il leader di Italia Viva Matteo Renzi. Al contrario Laura Boldrini del Pd afferma che «qualche eccesso nei toni non toglie nulla alle battaglie messe in campo: la lotta contro le discriminazioni su base etnica, contro la violenza di genere, i diritti delle persone LGBTQIA+. Una politica progressista deve tenere insieme l’impegno sui diritti sociali e quello sui diritti civili».

Impazza il dibattito. L’irruzione di Roberto Vannacci, paradossalmente, rischia di rappresentare una spina anche per la sinistra, perché il generale si presenta con un’idea di protezione in senso lato. Punta agli astensionisti storici. A chi si sente tradito dai poli. Come recuperarli? «Serve un nuovo umanesimo. Non un richiamo ai buoni sentimenti: un criterio di governo. Ogni scelta pubblica va misurata su una domanda sola: che effetto produce sulla vita concreta di una persona? La politica nazionale ha smarrito il paese reale», ragiona Nardella, già sindaco di Firenze.

In tutto questo a che punto sono le primarie? Non si sa. Nel Pd vorrebbero farle il più possibile a ridosso del voto. E dopo aver definito una piattaforma programmatica che rappresenti una sintesi sulle varie posizioni. Ma quale sintesi è possibile sull’Ucraina tra Schlein e Conte? Nell’attesa di capire come finirà Giuseppe Conte si è portato avanti con il lavoro.

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