BARONISSI –    Vittima e carnefice seduti in stanze comunicanti, separate soltanto da uno “specchio magico” (o semiriflettente) come quello usato dalle forze dell’ordine per gli interrogatori e per il riconoscimento di sospetti da parte del testimone. Il minore da una parte. Il presunto pedofilo, dall’altra, che si riflette nella vetrata mentre prova a raccontarsi, magari convincendosi a non farlo mai più. Mai più come il nome del progetto per il trattamento dei minori vittime di abusi sessuali e sfruttamento avviato in via sperimentale un mese fa ed illustrato stamane nel corso di una conferenza stampa al Comune di Baronissi.

Due i casi presi in carico in soli trenta giorni. Due segnalazioni pervenute dalle cosiddette fonti sensibili: luoghi, cioè, frequentati dai bambini, come la scuola, le palestre, gli ambienti sportivi, la scuola di musica o di danza. E’ da qui che la percezione del disagio colta dagli adulti si trasforma in spia rossa per l’equipe di esperti (sociologi, psicologi, educatori, mediatori familiari) del Coordinamento “Mai Più”. Ci sono tutti gli attori di quella che è una ramificata rete orizzontale sociale, con il sindaco Giovanni Moscatiello, il Piano di Zona S2, la Provincia di Salerno, il Tribunale per i Minorenni, la Procura della Repubblica, l’Asl Sa2, l’Azienda ospedaliera “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, l’Università di Salerno, Ordine dei Medici, il Comitato Unicef, la Scuola Romana del Rorschach e la Camera dei Minori. «E’ una grande sfida per la nostra Amministrazione – ha sottolineato il sindaco Giovanni Moscatiello – una responsabilità che gli enti locali dovrebbero assumere per creare una vera rete socio-sanitaria orizzontale in grado di definire reali percorsi di recupero e reinserimento dei minori. Troppo comodo mettere un timbro e lasciare che il bambino finisca, come da procedura, nella spirale della burocrazia e dei protocolli previsti dalle istituzioni competenti (Procura, Tribunale, strutture preposte, etc.). Parliamo di vite umane, non di pacchi da smistare – ha concluso – e dunque abbiamo un dovere morale da adempiere per tutelare e proteggere tanti minori vittime di violenze sessuali, ed oggi con questo progetto innovativo la leva che abbiamo è quella di prendere per mano le vittime in un percorso di recupero e reinserimento: solo così possiamo restituire loro una vita normale». IL PROGETTO. Il progetto, finanziato per 120mila euro dal Dipartimento Pari Opportunità e da 30mila dal Piano di Zona S2, è articolato in cinque fasi: indagine sociale finalizzata a raccogliere le informazioni sul contesto ambientale in cui vive la vittima e sulla presenza di elementi a rischio a livello familiare; presa in carico della vittima per una valutazione clinica e di trattamento; presa in carico dei genitori attraverso la gestione di incontri protetti e la realizzazione di un percorso valutativo e terapeutico di recupero; assistenza giuridica del minore; accompagnamento del minore per un progetto connesso ad un rientro all’interno del nucleo familiare o legato all’affido familiare. «E’ importante costruire percorsi operativi condivisi per sostenere il minore vittima di abuso sessuale, ed eventualmente il genitore, nel suo lungo e doloroso percorso di diagnosi, trattamento ed accertamento – afferma Cristina Nicoletti, responsabile del Piano di Zona S2 – per il progetto possiamo contare sulla disponibilità di un rifugio, una struttura protetta allestita per incontrare vittime e carnefici, che non saranno mai insieme nella stessa stanza, e credo che non ci sia in Campania un esempio eguale. Quel è l’obiettivo: arrivare al rientro del minore in famiglia, se viene accertato che il carnefice non è uno dei membri familiari, oppure all’affido familiare. Sono già troppi i minori “tribunalizzati”, ovvero bambini inseriti in strutture d’accoglienza preposte: occorre invertire questa tendenza se vogliamo restituire ai minori quella serenità perduta, quella dignità violata».

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