Attentato a Ranucci, ecco come l’intermediario di Lavitola ha commissionato il raid

Da ieri il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci secondo la Procura di Roma ha un nome: Valter Lavitola. E i reati utilizzati per descrivere i fatti accaduti il 16 ottobre sotto casa del conduttore di Report hanno una qualificazione giuridica ben precisa: strage aggravata dal metodo mafioso. Adesso emerge anche l’identità dell’intermediario, della persona che, secondo l a procura di Roma, era il punto di contatto, la cerniera tra chi ha ordinato l’attentatore e il gruppo che ha materialmente piazzato l’ordigno. Si chiama Gomes Celesio Tavares, ha 47 anni, è originario del Camerun e lavora nel ristorante riconducibile a Lavitola. Il suo ruolo emerge dall’incrocio di intercettazioni, analisi dei telefoni sequestrati e accertamenti tecnici eseguiti dopo gli arresti della scorsa settimana.

Adesso è in Camerun mentre i suoi complici, gli esecutori, sono stati arrestati o indagati. In carcere sono finiti Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello. Ai domiciliari Marika De Filippis. Indagato anche Luca Amato. Secondo la ricostruzione della procura, nessuno di loro avrebbe agito autonomamente. Tutti farebbero riferimento a Tavares, che a sua volta avrebbe ricevuto indicazioni da Lavitola. Il nome dell’intermediario compare già molto prima dell’esplosione del 16 ottobre. Un mese prima dell’attentato, infatti, Tavares viene localizzato nei pressi dell’abitazione del giornalista, a Campo Ascolano. In quel momento, secondo gli accertamenti dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, è impegnato in una conversazione telefonica con Lavitola. Un dato che, letto insieme agli sviluppi successivi dell’inchiesta, assume un peso investigativo rilevante.

Gli atti descrivono inoltre un rapporto consolidato con uno degli arrestati. “Gomes Celesio Tavares, da tempo, mantiene rapporti di amicizia con Pellegrino D’Avino”, scrivono i magistrati. È proprio D’Avino, al momento dell’arresto, a consegnare agli investigatori un ulteriore tassello della catena di comando. Rivolgendosi al suocero, Pietro De Filippis, gli chiede infatti di avvisare Gomes affinché quest’ultimo “avvisi quell’altro”. Ancora una volta nessun nome. Solo un riferimento che, secondo la procura, conduce direttamente a Lavitola. Non è l’unico elemento raccolto. Le indagini documentano anche che Tavares avrebbe messo a disposizione del gruppo una Renault Mégane utilizzata nelle fasi preparatorie dell’operazione. Era la macchina della moglie. Un contributo logistico che gli investigatori inseriscono nella ricostruzione complessiva dell’attentato.

Poi c’è ciò che accade dopo l’esplosione. Secondo l’ipotesi accusatoria, Tavares lascia l’Italia e rientra in Camerun. Anche questo passaggio viene letto alla luce delle intercettazioni. A parlare è la compagna dell’uomo, che si lamenta del mancato rientro e individua in “Valter” la persona dalla quale dipenderebbe il suo ritorno in Italia. Per i magistrati quel dialogo costituisce un ulteriore riscontro. Nelle carte si legge che quelle conversazioni “hanno fornito un ulteriore elemento in ordine alla identificazione di Lavitola e al suo coinvolgimento nei fatti oggetto di indagine poiché si è interessato all’immediato allontanamento di Gomes”.

L’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, avviata dal pubblico ministero Carlo Villani e oggi seguita dal sostituto della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis, ha cambiato profondità dopo gli arresti eseguiti nei giorni scorsi. L’analisi dei telefoni cellulari, dei computer e dei supporti informatici sequestrati ha consentito di risalire oltre il gruppo operativo, individuando una struttura che, secondo l’accusa, non si esauriva negli esecutori materiali. È su questa ricostruzione che si fonda l’iscrizione dell’ex imprenditore nel registro degli indagati. La perquisizione della sua abitazione e il sequestro di telefoni, computer e dispositivi elettronici puntano ad acquisire i riscontri documentali delle relazioni ricostruite attraverso le intercettazioni e le analisi forensi.

Resta ancora da chiarire il movente. Gli investigatori hanno accertato che Lavitola e Ranucci non erano estranei l’uno all’altro. Trai due vi sarebbero stati rapporti e contatti, anche in tempi recenti. È un capitolo ancora aperto dell’inchiesta: ricostruire natura, contenuto e significato di quelle interlocuzioni per comprendere perché il conduttore di Report sarebbe diventato il bersaglio di un’intimidazione culminata nell’esplosione di un ordigno davanti alla sua abitazione. Per la procura è proprio lì, nel livello più alto della catena decisionale e nelle ragioni che hanno portato alla scelta dell’obiettivo, che si gioca la parte più delicata dell’indagine.

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