Non ce la faceva più a sopportare le botte e le vessazioni del padre che le voleva imporre anche un matrimonio combinato. Così ormai stremata e in preda alla disperazione a marzo del 2025 ha cercato di uccidersi ingerendo dell’insetticida. A soli 13 anni voleva dire basta a un’esistenza di violenze a cui lei, i suoi fratelli e sua madre, erano sottoposti da sempre. «Quando mio padre ha capito che avevo raccontato tutto all’assistente sociale, sapendo che avrebbero portato via anche mio fratello piccolo, mi ha detto che se mi avesse anche solo casualmente incontrata per strada, mi avrebbe ammazzata: “Se vuoi restare viva devi stare in questa casa, se vuoi andar via sarai morta”».
Il tentato suicidio è di un anno fa, la madre ha raccontato che è successo durante una festa musulmana, quando il padre ha picchiato la figlia sbattendole la testa contro il muro, perché era stata al parco senza chiedere la sua autorizzazione. L’ennesimo pestaggio tra le mura domestiche, come quelli che c’erano sempre stati e che sono durati fino al luglio scorso. Un mese e mezzo fa la ragazzina è stata chiusa a chiave nella sua stanza, e minacciata di morte («Ti ammazzo, ti taglio la gola»), perché aveva osato riprendersi il telefonino che gli era stato sequestrato. Quella notte la 15 enne ha chiamato l’assistente sociale che ha immediatamente convocato lei, la madre e il fratello più grande.
Quando si sono sentiti al sicuro hanno deciso di raccontare tutto per liberarsi dei quel padre padrone, un 53enne del Bangladesh. Lui nello stesso periodo aveva già iniziato le pratiche per il trasferimento della figlia in patria dove avrebbe dovuto sposarsi. Mamma e figli (tre in tutto di cui il più piccolo di soli 4 anni) sono stati trasferiti in località protetta, il padre, appena i carabinieri di Morciano (Rimini), hanno chiuso le indagini è stato immediatamente arrestato su ordine del giudice Andrea Falaschetti, che ha accolto la richiesta del Pm Davide Ercolani. All’uomo, titolare di un negozio di kebab stagionale sulla riviera romagnola, sono stati contestati anni di violenze iniziate in Bangladesh fin dal 2005, prima ai danni della moglie e poi dei tre figli.
Dai racconti delle vittime sono emersi decine di episodi. Una volta ha bastonato al petto, col un manico di scopa, il figlio più grande autistico (all’epoca aveva 4 anni). Un’altra ha colpito all’addome la figlia, provocandogli delle lesioni interne. Picchiava i ragazzini quando provavano a difendere la madre, e la madre quando tentava di difendere i figli. Nelle carte dell’indagine si legge che il 53enne «infliggeva ai familiari continue e indicibili sofferenze fisiche e psichiche, instaurando in casa un regime di costante terrore, sottomissione patriarcale ed isolamento sociale totale».
La moglie subiva ininterrotte violenze fisiche e psicologiche, veniva colpita «con schiaffi, pugni e suppellettili fin dall’inizio del matrimonio». Le veniva «impedito tassativamente di uscire da sola, di possedere denaro e di frequentare altre persone». L’uomo «aggrediva sistematicamente i figli minori sin dalla loro prima infanzia, picchiandoli quotidianamente con pugni, schiaffi, con il cavo di ricarica del telefono cellulare o con qualsiasi altro oggetto».
Solo grazie all’intervento dei carabinieri si è evitato il peggio. In un successivo incontro con gli assistenti sociali, la moglie e i tre figli hanno detto: «Non rimandateci più a casa, non vogliamo tornare da quel mostro».





