di Vincenzo Viglione

Il copione è oramai consolidato. Gli attori molteplici. C’è il semplice cittadino che preso da un’irrefrenabile voglia di disfarsi del sacchetto decide di allietarlo con un giro in macchina prima di abbandonarlo al primo angolo sperduto in campagna.

C’è il “furbacchione” che alla guida del suo fedele camioncino, in orari rigorosamente strategici, raggiunge quegli stessi angoli per scaricare di tutto, dal materiale di risulta, all’immancabile water, al nostalgico televisore a tubo catodico, all’onnipresente divano, spesso usato anche da soggetti criminali come segnale per le discariche abusive (divano dritto: si può scaricare, divano capovolto: non si può scaricare – ndr). C’è poi l’incosciente patologico, quello che decide di ornare i bordi delle strade rurali con lunghe file di pneumatici disposti quasi a mo’ di guard rail. E infine, la totale follia di coloro che decidono di disfarsi delle pericolosissime lastre di amianto che, ancor prima del devastante impatto sul nostro ecosistema, rappresentano per loro una strada spianata alla contrazione di patologie tumorali. Incoscienza, menefreghismo, follia.

Elementi che dietro l’astrattismo della loro definizione celano risultati tutt’altro che immateriali. Risultati che quotidianamente gonfiano le migliaia di discariche abusive e non disseminate tra le province di Napoli e Caserta, e che dipingono l’orizzonte di questi territori dei lunghi pennacchi neri liberati dalle fiamme che sistematicamente avvolgono quelle stesse discariche per abbatterne il volume o, quel che è peggio, per smaltire in maniera illecita migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e nocivi. Risultati che giorno dopo giorno continuano a presentare un conto sempre più salato, da pagare irrimediabilmente con la sofferenza o addirittura con la vita delle tante persone che affollano sempre più i reparti di oncologia dei nosocomi campani.

Eppure. Sembra ieri, quando nella torrida estate del 2008, teatro di una delle pagine più drammatiche della famigerata emergenza rifiuti campana, gli enormi cumuli di sacchetti giacenti davanti alle abitazioni avvolti dalle loro esalazioni nauseabonde scatenarono la violenta ira dei cittadini impauriti dallo spettro funesto dell’emergenza sanitaria. Oggi, a 4 anni di distanza e a ben 18 dall’apertura dello stato di emergenza rifiuti, nulla è cambiato, anzi. Le discariche sono aumentate, di numero e di volume, e con esse la TARSU che i cittadini sono obbligati a pagare, le patologie cliniche riconducibili all’inquinamento da rifiuti, quelle collegabili alle diossine sprigionate dai roghi tossici e alla presenza di metalli pesanti nelle acque di prima falda, aumentano in maniera vertiginosa mettendo a rischio non solo il sistema sanitario campano, ma l’intera economia di un territorio.

Uno scenario che sembrerebbe drammatico, ma che grazie all’assenza del sacchetto per strada preoccupa poco o nulla il cittadino e ancor meno quei media tanto attenti al camion bruciato quanto sordi al grido di dolore di questa terra. Che dire? Forse anche questo è frutto di quella famosa schizofrenia collettiva che spinge a ignorare certi problemi per non farsene carico, quella che in una sera d’estate nel bel mezzo di fumarole che sanno di plastica e gomma bruciata accompagna il podista nel proprio allenamento, quasi ignaro della morte che gli corre accanto.

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