Melonellum, l’idea del blitz ad agosto al Senato sulle preferenze: ma l’esito non sarebbe scontato

Decideranno i leader del centrodestra, con un incontro che dovrebbe tenersi tra oggi e domani. Ma è chiaro che vista la debolezza interna di Matteo Salvini e Antonio Tajani, la scelta è sostanzialmente in mano a Giorgia Meloni: forzare sulle preferenze nonostante i dubbi degli alleati, questo il dilemma, oppure accettare di votare al Senato il sistema elettorale già approvato alla Camera, una specie di Porcellum con due liste bloccate ad alto rischio di incostituzionalità. Se dovesse imboccare la prima strada, la presidente del Consiglio valuta anche di autorizzare un autentico blitz. Prevede il via libera in commissione entro la prima settimana di agosto all’emendamento sulle preferenze e pure all’intero testo. L’Aula di palazzo Madama si limiterebbe a ratificare, a voto palese, la più controversa delle decisioni. In questo modo, palazzo Chigi ridurrebbe di molto il potere di interdizione dei senatori di Forza Italia e Lega.

Non è ancora detto che finisca in questo modo, sia chiaro: la premier potrebbe accontentarsi di far fruttare lo slogan già cavalcato dopo la bocciatura delle preferenze alla Camera, sostenendo che è stata l’opposizione a scegliere le liste bloccate (e non, come invece accaduto, ampi settori della maggioranza a rompere il patto e affossare la proposta). Dovesse orientarsi in questo senso, annuncerà che il centrodestra considera politicamente chiusa la partita delle preferenze. Semmai, metterà mano a palazzo Madama alla paradossale norma che cancella i voti di chi prende sotto il 3%, soluzione pretesa da Forza Italia come moneta di scambio proprio per digerire le preferenze poi saltate.

Ma torniamo all’ipotesi più hard, quella della forzatura imposta agli alleati. La via del blitz è certamente scomoda, anche considerando la probabile reazione sdegnata delle opposizioni. Per arrivare a un via libera in commissione entro la pausa estiva, infatti, servirebbe un’autentica corsa contro il tempo, studiata in queste ore nel dettaglio dai vertici dell’esecutivo: una settimana, quella che si apre oggi, per incardinare il provvedimento, entro la successiva le audizioni e il termine per gli emendamenti, infine i primi sette giorni di agosto per approvare il testo in commissione.

Una forzatura, appunto. Che aprirebbe a scenari non del tutto prevedibili. Al Senato i capigruppo di FI e Lega, Stefania Craxi e Massimiliano Romeo, promettono battaglia, nonostante il sostegno di Tajani e Salvini alla linea Meloni. I loro parlamentari, però, rischierebbero di essere ininfluenti in commissione, dove gli eventuali indecisi potrebbero essere agilmente sostituiti. Non scontato poi che votino in Aula a settembre contro la legge. O comunque, che lo faccia un numero sufficiente di senatori, visto che lo scrutinio è palese. Anche perché la frattura pubblica equivarrebbe a una crisi di governo. E però, nella valutazione di queste ore pesa soprattutto il passaggio successivo: la riforma tornerebbe a Montecitorio tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Anche ammesso che l’esecutivo metta la fiducia, il rischio di un incidente è altissimo: è infatti previsto dal regolamento un voto finale sul provvedimento a scrutinio segreto. Una bocciatura porterebbe alla caduta di Meloni, per di più in piena sessione di bilancio.

Un azzardo. Che la leader potrebbe risparmiarsi, anche perché generare instabilità a causa di una riforma elettorale, e non per un provvedimento economico o sulla sicurezza, non sembra utile ad affrontare al meglio la campagna elettorale. Semmai, rischia di diventare benzina nei motori delle opposizioni e di Roberto Vannacci. Eppure, il dilemma persiste: che fare? Forse un peso lo avrà anche la valutazione sulla convenienza del Melonellum che, secondo diverse fonti, è tuttora in corso. In questa chiave non tutto è come sembra, anzi ogni strategia è sul tavolo: forzare la mano potrebbe anche servire a provocare uno strappo e il fallimento della riforma.

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